“I don’t wanna die an ordinary man”

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Modernità e tradizione si mescolano in “Ordinary Man”, l’ultima fatica discografica di Ozzy Osbourne, che esce a dieci anni di distanza dal non indimenticabile “Scream”.

Anche questa volta Ozzy rinuncia alla chitarra di Zakk Wylde per fare spazio a quella di Andrew Watt (qui in duplice veste di chitarrista e produttore), accompagnata dal basso di Duff McKagan (Guns N’Roses) e dalla batteria di Chad Smith (Red Hot Chili Peppers). Nonostante, a detta dello stesso Duff, l’impianto strumentale di ben nove delle undici tracce che compongono il disco sia stato composto dai tre in soli quattro giorni, l’album nel complesso risulta solido ed elegante. Lo stile grezzo e aggressivo di Chad e il basso corposo di Duff si sposano meravigliosamente e la chitarra che Andrew Watt adagia sulla corposa sezione ritmica completa il lavoro in modo efficace e godibile.

Le collaborazioni esterne sono notevoli e senza dubbio in questa circostanza il Nostro va a cercarle molto al di fuori della sua comfort zone: con Elton John firma la title track (che vede alla chitarra un non ispiratissimo Slash), ballata da accendino con la quale i due rocker britannici fanno il bilancio di una vita trascorsa spesso sopra le righe dicendoci che, in fondo, “I did it all for you”. Post Malone compare in due pezzi: nella più moderna e “maloniana” ”Take What You Want” (in compagnia del rapper Travis Scott) e nella più spettinata “It’s A Raid”, in cui nonno Ozzy racconta a noi nipotini di quella volta in cui, dopo aver accidentalmente chiamato la polizia, sniffò una enorme quantità di cocaina pur di non buttarla via. Nome da aggiungere al novero delle partecipazioni illustri è poi quello dell’attore Jason Momoa che, pur non partecipando attivamente alla realizzazione dell’album, compare nel videoclip di “Scary Little Green Men”, in cui interpreta lo stesso Ozzy Osbourne.

La tracklist dell’album alterna riff granitici che richiamano i tempi d’oro dei Black Sabbath (lo stesso “Alright now!” pronunciato da Ozzy in apertura alla prima traccia del disco è un copia-incolla dell’espressione con cui inizia “Sweet Leaf”, canzone che nel 1971 introduceva l’album “Master Of Reality”) a ballatone rock sulla falsa riga di quelle che popolano alcuni dei suoi lavori più recenti (“Down to Earth” su tutti). Colpiscono, scorrendo le tracce del disco, i frequenti richiami ai Beatles, di cui il padre dell’heavy metal si è d’altronde sempre proclamato fan, sotto forma di melodie e linee vocali, che il produttore Andrew Watt interseca in modo sapiente e raffinato, richiamando all’ascoltatore atmosfere vicine al periodo di “Abbey Road” (ascoltare i cori di “Straight to Hell”, “Ordinary Man” o “Holy For Tonight” per credere). Attira l’attenzione anche l’armonica dylaniana che apre “Eat Me”, per poi cedere il passo  al potente Fender distorto di McKagan, che traghetta il pezzo verso atmosfere rock più simili a quelle a cui il nostro Madman ci ha abituato nel corso degli anni.

Il disco alterna dunque fasi più heavy e old school a pezzi  decisamente più melodici, che strizzano l’occhio ad un facile passaggio in radio. Alcuni fan della prima ora potrebbero non gradire questo surplus melodico, ma, vista la qualità indubbia degli artisti arruolati, non si può far altro che parlare bene di questo album. Nel loro insieme i quasi cinquanta minuti (questa la durata dell’album) scorrono piacevolmente e si fanno apprezzare per l’eleganza degli arrangiamenti strumentali e per le musiche facilmente orecchiabili. Non sono presenti, nell’opinione di chi scrive, particolari cali di ispirazione all’interno delle undici tracce che compongono il disco, e forse soltanto il più moderno  “Take What You Want”, seppur assolutamente godibile, suona come un intruso all’interno di un disco rock carico di atmosfere marcatamente osbourniane.

“Ordinary Man” potrebbe essere l’ultimo album del cantante di Birmingham (le notizie sulle sue condizioni di salute e l’annullamento delle date del tour allarmano i fan, ma il condizionale è sempre d’obbligo quando si parla di Ozzy), e ciononostante è molto distante dal tenore di altri eccezionali album di congedo a cui siamo stati abituati in questi anni: siamo lontani anni luce dalla spirituale accettazione della morte del Leonard Cohen di “You Want It Darker”, così come dalla poetica lucidità del Bowie di “Blackstar”, ma il genio di Ozzy e la qualità sopraffina dei musicisti di cui si circonda sfornano comunque una gemma preziosa per il panorama discografico attuale, che si farà ascoltare e riascoltare, e poco importa se allo stesso album, se cantato da un’altra persona, avremmo reagito con forse minore entusiasmo, perché in fondo il problema è sempre stato quello: dietro il microfono c’è Ozzy! Bentornato Ozzy!

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