Lavorare non è vergogna, non lavorare è vergogna: LA CLASSE OPERAIA VA IN PARADISO

Sono scroscianti e sentiti gli applausi che salutano il cast dell’ERT dopo quindici giorni di rappresentazioni de La Classe Operaia Va in Paradiso al Teatro Carignano di Torino.

Questo adattamento teatrale (liberamente tratto dal film del 1971 per la regia di Elio Petri e la penna di Ugo Pirro), è diretto da Claudio Longhi, il quale ha affidato la complessa riscrittura drammaturgica a Paolo di Paolo.

Nato da una proposta di Lino Guanciale (nello spettacolo nel ruolo che nel film fu di Gian Maria Volonté) a Longhi, La Classe Operaia Va in Paradiso, oggi come allora, invita lo spettatore a riflettere su quel complesso binomio uomo-macchina e sul ruolo che ciascuno di noi ricopre come individuo nella società.

La Classe Operaia va in Paradiso di Longhi, grazie a una sofisticata matrioska di livelli narrativi, strizza l’occhio al presente raccontando  il problema del cottimo ma anche quello delle “pause fisiologiche” e dei contratti a tempo determinato o delle collaborazioni occasionali; parlando della B.A.N. ma senza tralasciare Amazon, l’Ilva e i call-center.

A farla da padrone è lo straniamento brechtiano tanto caro a Longhi, che alterna il punto di vista esterno a quello interno; ma che avvicenda anche una narrazione interna ad un’extra narrazione fatta di ballate firmate da Fausto Amodei e semi- travestite da Di Paolo per darne una contestualizzazione odierna. Uno smontare e rimontare la quarta parete fino ad abbatterla; proprio come farà Lulù nell’ultima scena della pièce.

Spettacolo che sì, guarda al presente; ma senza dimenticare il passato e la sua origine cinematografica. Il sipario a scena aperta vede apparire sul palco per primi proprio due attori nelle vesti di Elio Petri e Ugo Pirro. Scene di metateatro che racconteranno la nascita e l’accoglienza di ieri e di oggi destinata alla pellicola del 1971, citando anche la recensione che fu di Goffredo Fofi; immagini dei titoli di coda e di alcune scene chiave del film scorrono sul velatino; così come simboli del consumismo di quegli anni: dalla sigla di Lascia o Raddoppia ad alcuni degli spot più significativi del Carosello, dalle immagini dei fotoromanzi al “museo delle piccole cose di pessimo gusto” che è la casa di Lulù Massa con tanto di Susanna TuttaPanna gonfiabile.

L’utilizzo dello spazio scenico è totale: due pedane nastri-trasportatori permettono di passare dall’interno della fabbrica B.A.N. alla casa di Lulù; dagli studi cinematografici di Cinecittà dove sta prendendo vita il film alle sale cinematografiche in cui viene proiettato; dal manicomio in cui è ricoverata Militina all’esterno della fabbrica di vernici che ha intossicato Lulù. La platea, nel frattempo, diventa all’occorrenza cineforum di discussione sul film o strada invasa da cortei sindacali e studenteschi. Sul trabattello mobile, che funge anche da divisorio degli spazi, come un corvo appollaiato sul ramo, il cronometrista che detta i tempi di produzione.

Teatro come specchio dei tempi; ma con un occhio a Chaplin e alla catena di montaggio per un’eccellente prova di teatro didattico in cui non mancano le risate, soprattutto nelle scene ambientate in manicomio quando le riflessioni di Lulù e Militina, vengono interrotte da un Simone Francia trasformato per l’occasione in Carosello vivente tra Calimero e il suo celebre “Ava come lava” e lo spot del Cinar.

Il cast è impeccabile: oltre il già citato Simone Francia nel ruolo anche del “corvo cronometrista” che stenta per la gioia del pubblico anche un piemontese quasi perfetto; troviamo Lino Guanciale come Lulù Massa e Donatella Allegro nei panni di Adalgisa. Nicola Bortolotti è Elio Petri mentre Michele Dell’Utri è il suo sceneggiatore Ugo Pirro. Una straordinaria Diana Manea ricopre il difficilissimo ruolo che fu di Mariangela Melato. Eugenio Papalia è il capo della contestazione studentesca mentre Franca Penone è Militina (ruolo che nella pellicola fu di Salvo Randone). Simone Tangolo è il nostro grillo parlante, colui che con le ballate di Amodei ci porta, più o meno consapevolmente, a riflettere su ciò che siamo e su ciò che ci circonda. Uno spazio speciale lo merita Filippo Zattini che sul palco alterna violino, chitarra e pianoforte; ma anche musiche originali alle stagioni di Vivaldi, arricchendo lo spettacolo con arrangiamenti personali della colonna sonora del film firmata da Morricone e rendendo la musica un’ulteriore protagonista de La Classe Operaia Va in Paradiso.

“Il mondo sociale ci sembra allora naturale come la natura, esso si regge solo sulla magia. Non è forse un edificio di incantesimi questo sistema che poggia su scritture, promesse mantenute, efficaci abitudini e convenzioni osservate- tutte pure finzioni?” (P.Valèry)

 

 

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