London Film Festival Afternoon Tea: incontro con Pietro Marcello

Un uomo che pensa di potersi riscattare grazie alla scrittura e all’amore; ma che finisce per inabissarsi nelle proprie illusioni in una strada senza via d’uscita. Il Martin Eden di Jack London è una storia che parla dell’uomo come individuo, un dramma sulla fame di conoscenza che porta l’animo umano alla disperazione.

Nella sua rivisitazione cinematografica, Pietro Marcello fa del Martin Eden di London un simbolo nel ‘900 del sud-Italia, tra Napoli, immagini in bianco e nero e documenti d’archivio di un secolo che ha segnato la storia della nostra nazione.

Qual è il suo rapporto con Jack London?

Io amo Jack London a tutto tondo. Gli americani non amano Martin Eden. Un ragazzo che si riscatta e poi si suicida è incostituzionale per loro. Martin Eden è amato dagli inglesi, dai russi, dagli europei; come Il Tallone di Ferro che è un libro bellissimo: una lotta di classe; lui racconta il socialismo puro, il socialismo delle origini.

Com’è nata l’idea di una traspozione a Napoli?

A Napoli perché è una città affascinante e accogliente, mi facilitava la produzione e anche il desiderio di tornare a Napoli a girare. Ho scelto di fare questo film a Napoli perché è una città che ti accoglie dove sapevo di poter lavorare al meglio. In più avevo bisogno di una città di mare e Napoli era la città perfetta per eccellezza per realizzare il Martin Eden.

Quindi non ha mai pensato che potesse essere destabilizzante per gli amanti di Jack London ritrovare Martin Eden a Napoli?

No, mai. Abbiamo voluto portare l’eroe negativo da Oakland a Napoli perché questa è una storia universale: il riscatto del ragazzo che diventa uomo e si riscatta attraverso la cultura e questo può accadere ovunque: a Londra, a Newcastle, in California, a Napoli,…

Invece come è arrivata la scelta di Luca Marinelli, Coppa Volpi a Venezia, nei panni di Martin Eden?

Luca Marinelli era la persona più giusta per questo film perché avevo bisogno di un attore completo, capace di accarezzare questa parabola: da giovane sotto proletario a intellettuale acuto. Avevo bisogno di qualcuno veramente capace di realizzarsi all’interno del film. Luca è stata la persona giusta, il risultato è stato eccezionale. La Coppa Volpi è stata la giusta gratificazione per Luca come attore. Durante le riprese ci siamo uniti molto anche perché, come per tutti i film precedenti a questo, ne sono anche il produttore. Logicamente Martin Eden è stato, per me, il film più faticoso perché ho cercato di mantenere il mio modus operandi: farne un film di famiglia, non dell’industria cinematografica; non un film di puro intrattenimento ma un film che si pone delle domande, delle questioni, delle necessità di narrazione.

E per quanto riguarda la scelta della protagonista femminile?

La scelta della protagonista… ho provinato tante ragazze e poi ho scelto lei perché mi ricordava molto il personaggio del romanzo. Questa tensione, la tensione di Ruth, per questo ho scelto lei.

Martin Eden è un ragazzo che riesce a riscattarsi grazie a se stesso senza appoggi e raccomandazioni; un personaggio molto lontano da quello che siamo noi oggi. Che cosa lo rende ancora attuale, secondo Lei?

Per me resta un personaggio ancora molto contemporaneo perché tradisce la sua classe di appartenza. Il Martin Eden è ovunque, il giovane che si riscatta; pensa a quanti ragazzi che vengono dalla provincia partono con la tenacia di poter realizzarsi; pensa quanti ragazzi vengono a Londra con il desiderio, con la speranza di essere qualcosa, di diventare qualcuno. Però, il Martin Eden è l’eroe negativo perché diventa vittima del suo individualismo; non ha più un rapporto con la realtà e diventa vittima di se stesso. Per questo, come lo era per Jack London, lo è anche per me: un eroe negativo.

La sua esperienza nel documentario quanto ha influenzato le sue scelte stilistiche di regia e montaggio nel Martin Eden?

Diciamo che è grazie al documentario che ho fatto questo film, perché sono abituato all’imprevisto e io, per questa pellicola, ho avuto solo imprevisti: a volte non riuscivo a ottenere le stesse location che immaginavo, si rompeva una cosa, c’era un problema, … io, attraverso l’imprevisto ho sempre usato un metodo che mi permettesse di portare il film a casa, senza l’esperienza nel documentario sarebbe diventata una Caporetto. Sono abituato all’imprevisto tecnico, non sono uno scritturalista, non ci credo neanche nella scrittura strutturalista. Diciamo che abbiamo sempre giocato fuori dalla comfort-zone.

Le chiedo invece qual è stato il processo di scrittura. Come è nata la sceneggiatura?

C’è Maurizio Baucci accanto a me con cui ho fatto tutti i miei film, una persona che non è solo un caro amico; ma anche un grande scrittore al servizio del cinema. Lui ha fatto la riduzione e poi ci abbiamo lavorato sopra assieme. Io ho un rapporto di rispetto nei confronti dello sceneggiatore e cerco sempre di non dare tutta la responsabilità allo sceneggiatore, perché se c’è qualcosa che non va è il regista il primo responsabile di tutto.

Per come stanno andando le cose nel mondo cultura oggi, secondo Lei, chi è che può dare speranza?

Io credo che solamente i giovani possano dare speranza. Non si dà mai voce ai giovani, nessuno si preoccupa di cosa pensano, di cosa provano, quali sono i loro sentimenti. Questo è il dramma più grosso. Bisogna parlare con loro e, forse, il ruolo del cinema è quello di tornare ad essere uno strumento di emancipazione morale, didattica e non solo intrattimento; perché l’intrattenimento è solamente legato all’economia. Il cinema mostra le pellicole che gli spettatori vogliono vedere. Non sono gli spettatori che decidono i film, sono i mediatori dell’industria culturale…

…di cui diventa vittima Martin Eden…

sì e come lui la maggior parte dei frequentatori dei salotti letterari e le rock-star. Pensa alle rock-star: nascono, si riscattano e poi non hanno più un rapporto con la realtà. Io invece mi dissocio completamente dal mio Martin Eden, lui è un eroe negativo, diventa vittima del suo individualismo; io faccio film per necessità e mi pongo questioni morali riguardo al mio tempo e quando non avrò più nulla da dire mi fermerò; mi piacerebbe insegnare, questo sicuramente. Mi piacerebbe insegnare quello che ho imparato io e offrirlo ai giovani, spero che questo sia il mio futuro.

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