Dopo la conferenza stampa alla Cavallerizza Reale di Torino in occasione del 41 Torino Film Festival, incontriamo Roberto Gudese, uno dei protagonisti de Il punto di rugiada di Marco Risi in uscita nelle sale il 18 gennaio. Lo incontriamo al ristorante Melograno, poche ore dopo il successo delle prime proiezioni al Torino Film Festival per scoprire qualcosa in più del suo incontro con Manuel, un personaggio intenso dalle numerose sfumature.
Quando sei venuto a contatto con la sceneggiatura, che cosa ti ha colpito particolarmente di questo progetto?
Quando sono venuto a contatto con la sceneggiatura sapevo già di essere stato preso, quindi la prima cosa su cui mi sono concentraro è stata la lettura del testo focalizzandomi particolarmente sul mio personaggio. In un secondo momento, invece, l’ho letta e riletta nella sua intierezza e devo dire che, in quella fase, mi sono reso conto di quanto il personaggio di Manuel mi avesse colpito e di quanto, probabilmente, mi avrebbe affascinato anche nel caso in cui non fossi stato poi io a dargli vita sullo schermo. Inoltre, è proprio la bellezza di questi rapporti che si vengono a creare tra queste due generazioni così apparentemente distanti a dare forza al film. “Il punto di rugiada” ci racconta che, in realtà, alla fine siamo tutti connessi da un fil rouge, siamo tutti dei funamboli in cerca di equilibrio e questo vale per qualsiasi età. La generazione ospite di Villa Bianca deve attingere a qualcosa che non ha più, mentre Manuel e Carlo devono attingere a qualcosa che rivedono in loro e che non percepiscono. C’è una generazione che ha uno sguardo verso il passato rispetto a quello che ha; ma c’è anche una generazione a cui manca qualcosa, il cui sguardo è proiettato verso il futuro. E’ questo, forse, ciò che realmente mi ha colpito: questo connubio, questa complementarità tra generazioni così diverse.
Parlavi di questo fil rouge: è un qualcosa che hai scoperto durante le riprese oppure eri già consapevole di quanto, in realtà, queste generazioni siano vicine?
A me piaceva molto, anche in età adulta, stare con i nonni. Purtroppo ho perso i due nonni che erano molto giovani, quindi in realtà non ho avuto un grande rapporto con loro. Mia nonna è stata malata per tanto tempo, quindi ha vissuto molti anni tra ospedali e case di riposo ma, quando andavo a trovarla con mio fratello, molto spesso mi rendevo conto che eravamo gli unici a farlo. Credo che il filo rosso di cui parlavo si sia palesato grazie a questo film perché ho conosciuto un modo diverso di essere “vecchi” e sarebbe davvero molto bello se tutti i “vecchi” potessero essere come quelli raccontati in questa pellicola; ma, soprattutto, come gli attori che li interpretano. Sono attori, che, tuttora, hanno una mente che, nonostante il passare degli anni, è stata abituata a continuare a pensare; hanno combattuto la morte cerebrale-fisiologica che bussava alla porta sbattendogliela in faccia. Da un certo punto di vista questo film è stato un po’ l’espressione di quello che forse avrei voluto fosse il rapporto con i miei nonni. Io e Massimo (De Francovich, ndr) condividiamo la passione per il tennis, la nostra amicizia è continuata, in parte grazie a questa passione comune, anche dopo la fine delle riprese ed è un po’ come se stessi proseguendo un percorso che è iniziato con i miei nonni e che non ho mai potuto continuare con loro.
Che cosa hai dato tu a Manuel, che cosa ti ha dato Manuel e che cosa ti è rimasto di Manuel una volta terminate le riprese?
Ciò che mi è rimasto è la percezione che nella vita si può sempre cambiare e si può migliorare. Si può cambiare in meglio. Lui entra a Villa Bianca che è uno spacciatore che non sa cosa vuole dalla vita, un ragazzo con una zona d’ombra anche importante che, anche se non ci viene mostrata, possiamo facilmente immaginare conoscendo il suo trascorso. Piano piano riesce a trovare una direzione e, a passo a passo, a far uscire la propria luce. Probabilmente rimarrà a Villa Bianca, oppure no, se ne andrà ma, nel frattempo, sarà riuscito a trovare una una ragione di vita che probabilmente prima non riusciva a trovare. Per rispondere quindi alla domanda, Manuel mi lascia l’ottimismo nel rincorrere sempre la propria strada, anche quando non si sa quale sia. A volte il tuo percorso è tracciato e tu non te ne rendi conto. Ho scritto una canzone quando sono stato preso per questo film che vuole essere un messaggio che il vecchio lascia al ragazzo; e una delle frasi che ho scritto è: “se un giorno capirai che non c’è errore di percorso ma che taglierai il traguardo credendo di non avere corso”. Vuole essere l’immagine del fatto che a volte le cose arrivano perché tu le hai costruite senza rendertene conto. Per ciò che riguarda cosa io ho cercato di portare a Manuel è la mia professionalità ma, allo stesso tempo, anche il desiderio del gioco. Il regista è stato molto bravo in questo. Ha visto che sono una persona creativa che ama avere la possibilità di muoversi in uno spazio rimanendo sempre coerente con la sceneggiatura e Marco (Risi, ndr) mi ha dato il permesso di farlo e di far uscire Manuel dal bianco e nero della carta, di colorarlo con cose che ho improvvisato. Ci sono delle scene che ho proposto io o gesti che sono nati spontaneamente dato il background del personaggio. Io però non spaccio 🙂 A parte l’ovvio direi che, lo si nota da come affronta il primo giorno a Villa Bianca, a differenza del personaggio interpretato da Alessandro Fella, Manuel è uno che è abituato a vivere per la strada e che quindi è abituato a, come dire, a cogliere le occasioni. La sua furbizia, ovviamente, è data dal fatto che non è un ragazzo che fa lo spacciatore perché vuole fare lo spacciatore. Credo sia questo il motivo per cui è, tra i due ragazzi, quello più propositivo, … è il primo a vedere questa “pena” come un’occasione.
La musica gioca un ruolo fondamentale all’interno del film, soprattutto per il tuo personaggio.
Sì, tra l’altro ho scritto uno spettacolo mio dove canto e recito. La musica è sicuramente una parte fondamentale della mia vita in generale anche perché, come sosteneva Schopenhauer, la musica è noumenica, cioè il sapere non spiegato. La musica è la forma d’arte più diretta che che abbiamo, lo è più del cinema e delle altre forme d’arte; infatti la mettiamo sempre nei film.
C’è questa scena bellissima in cui vi ritrovate a cantare Riderà e riuscite a riportare una persona malata di alzheimer indietro per un attimo. C’è una canzone che ha un valore particolare per qualche motivo e che quindi sarebbe quella che capace di “riportarti indietro”?
Ora come ora ce ne sono tante, però, se devo pensare ad una sola, mi viene in mente una versione di Ray Charles di Let It Be dei Beatles che, in un determinato periodo, ascoltavo continuamente per ore e ore, di notte, come se fossi stregato. Let it be, lascia che sia, mi sembra un bel bel messaggio che si lega molto a quello che raccontavo all’inizio… a quella idea secondo cui andiamo in una direzione destinata a noi senza renderci conto di quello che stiamo costruendo.
C’è una scena a cui ti senti particolarmente legato?
Beh, c’è una scena che in realtà poi verrà tutta ripresa dall’alto che, in un primo momento, era fatta di primi piani. E’ una scena cardine molto intensa, emotivamente potentissima, in cui sono rimasto concentrato per due ore, consapevole che le emozioni che trasparivano non potevo permettermi che si “raffreddarsero”. E’ stata una prova importante. C’è anche un’altra scena in cui ci sono solo io, vuoto, in un corridoio altrettanto vuoto in cui per un periodo molto più lungo di quello che si vede sullo schermo, ho dovuto costruire e mantenere un percorso interno fatto di emozioni forti.
Sì, perché, come dicevamo prima, questo film racconta un percorso di cambiamento, di crescita; le scene,però, non vengono girate in ordine temporale quindi anche riuscire a capire in quel momento il tuo personaggio a che punto del cambiamento della crescita si trova è comunque una prova attoriale non indifferente…
Fondamentalmente, il meccanismo teatrale è più vero del cinema, anche se per quanto riguarda la messa in scena è esattamente l’opposto. Al cinema il meccanismo cinematografico è estremamente finto e quindi tu lo devi ricreare ogni volta con le circostanze precedenti, con la mente, con la tua immaginazione. C’è sempre un’interruzione del flusso perché rifai le scene tante volte, perché magari fai dei pick up o perché comunque non inizi dall’inizio a far vivere il tuo personaggio; lo ricrei ogni giorno. L’arma degli artisti è l’ immaginazione, prima dell’esperienza e prima di qualsiasi altra cosa. L’immaginazione, se non hai quella non puoi ricostruire la scena; perché la scena è un attimo, in realtà è tutto quello che c’è prima della scena, le prove che fai a casa, come costruisci il tuo personaggio che la rendono efficace o meno.
Hai raggiunto il tuo punto di rugiada?
Da un certo punto di vista mi piacerebbe non sentire più l’esigenza di fare questo mestiere, perché comunque c’è un vuoto che vai a colmare. Credo che gli attori, gli artisti in generale, rimangano sempre fondamentalmente insoddisfatti. Anche Gassman diceva che c’è qualcosa di quasi psicopatico anche solo nel mettere in scena dei sentimenti eppure, per noi, diventa un’abitudine, lo facciamo con naturalezza ma, se ci pensi, è abbastanza innaturale come cosa. Quindi no, direi che non l’ho ancora raggiunto. Ovviamente non sto dicendo che voglio smettere di fare l’attore, ma, idealmente, c’è l’esigenza di trovare quella pace, di colmare definitivamente un vuoto.
Il punto di rugiada, dal 18 gennaio al cinema.














