Il punto di rugiada: Alessandro Fella ci racconta il suo Carlo

E’ in arrivo nelle sale italiane, giovedì 18 gennaio, il film di Marco Risi “Il punto di rugiada”. Presentato al 41 Torino Film Festival, l’idea di questo film nasce da uno scambio, avvenuto quasi un decennio fa, tra lo stesso Risi e un professore di liceo, un nome che oggi è quasi impossibile non conoscere: Enrico Galliano. Abbiamo incontrato uno dei protagonisti, Alessandro Fella poco dopo la conferenza stampa, per scoprire, tra interruzioni e cambi di location a causa dei numerosi impegni del cast, come ha preso vita il suo Carlo, ma non solo,…

Alessandro, secondo te, che film è “Il punto di rugiada”?

Il punto di Rugiada è una commedia drammatica che trova il suo punto di forza nella trasversalità delle tematiche che tratta. E’ un film che nella sua semplicità può
piacere a tutti, tutti ci si possono ritrovare e si possono emozionare in modo diverso. Per questo nonostante sia un film autoriale pieno di citazioni sia riguardo la vita
personale di Marco Risi sia in riferimento ad un cinema di altri tempi, può essere considerato Pop per la sua trasversalità e semplicità.

Che cosa ti ha colpito maggiormante quando hai letto il titolo e/o la sceneggiatura?

Quando mi arriva la mail per fare il provino per Il punto di rugiada, ho appena vinto il provino per un ruolo in un film di Marco Tullio Giordana. Avrebbe dovuto essere il mio primo film, dico avrebbe dovuto essere perché, per una serie di vicissitudini, questo film non si è più fatto. Ovviamente, sapendo di essere impegnato, guardo immediatamente le date di disponibilità e noto che si accavallano. A quel punto, scrivo alla mia agenzia dicendo che era inutile che io lo facessi. Subito dopo, per istinto e curiosità, riapro la mail, leggo la descrizione e il materiale che mi avevano mandato e decido di farlo comunque; la sinossi mi era piaciuta molto e il progetto mi incuriosiva. Il giorno dopo vengo chiamato per il secondo provino con Marco (Risi, ndr). Un’ora dopo avrei dovuto incontrare Giordana per parlare del film.. per essere breve, succede che, dopo due settimane, mi arriva la conferma del film di Marco Risi. Mi dicono che mi hanno preso per “Il punto di rugiada” e, improvvisamente, il film di Marco Tullio salta. Risi mi invita a parlare della sceneggiatura a casa sua con Francesco Frangipane, che è uno degli sceneggiatori e la prima cosa che mi dice è: tu non mi hai detto tutto…tu lo sai, vero, che Marco Tullio Giordana è il mio migliore amico; mi ha detto che ti aveva scelto per il suo film. Hai fatto bene a fare il provino, vedi? E’ iniziata così la mia avventura con Marco. Il film è molto delicato come il cambiamento del personaggio di Carlo nella storia. Una delle difficoltà più grandi è stata riuscire a dare continuità dal momento in cui, per esigenze produttive, ritrovi a girare, giorno per giorno, scene in ordine sparso. Devi avere molto chiara la storia e sapere in ogni momento dove sei e cosa sta succedendo, in quale punto dell’ arco del cambiamento sei, sembra scontato ma non lo è. In più, quando ho visto il cast, ero spaventato. Contento e spaventato; Marco è stato molto preciso e meticoloso, ci ha portato per mano in questo viaggio.

Parlando di super cast, Massimo De Francovich non ti ha detto che manchi da troppo tempo dal teatro?

No, non me l’ha detto. Però ci siamo detti che sarebbe bello fare qualcosa assieme. C’è molta voglia di tornare a teatro anche se ho un po’ paura perché è dal 2017 che manco dal palcoscenico. Sto lavorando, quindi va bene così però sì, in punta di piedi mi piacerebbe tornarci. 

Prima mi dicevi che nell’attimo in cui hai ricevuto la sceneggiatura de “Il punto di rugiada” e ti sei soffermato sul personaggio di Carlo, hai subito pensato:questo sono io. Cosa hai visto esattamente di Alessandro in Carlo? Viceversa, che cosa Carlo ha dato ad Alessandro? E soprattutto, che cosa ti ha lasciato Carlo una volta finite le riprese?

Parte tutto da una cosa molto semplice che sono le origini. Carlo è un ragazzo del nord. Io non sono borghese, ma quello di Carlo è un mondo che ho visto e l’aspetto della redenzione del personaggio, che in realtà è più un cambiamento, mi incuriosiva molto. Poche volte mi è capitato di leggere una sceneggiatura così chiara, così semplice, che ti permettesse di immaginare e delineare tutti i personaggi, anche quelli più complessi come quello del colonnello. Che cosa mi ha lasciato? Questo film è un film molto colorato che, attraverso commedia e leggerezza, ti fa riflettere su tanti aspetti. Sicuramente la prima cosa è il confronto generazionale. Questi due mondi che si guardano con diffidenza, quasi con disprezzo sia da una parte che dall’altra; ma che alla fine si incontrano. A me, personalmente, oltre a quello che ci siamo detti prima, ovvero a tutto il bagaglio esperienziale, mi ha colpito quello che si portano dentro questi uomini, queste donne, questi attori che hanno fatto la storia del teatro, del cinema del Novecento e dei primi 2000. Mi ha fatto riflettere molto sul concetto di solitudine, riferito ovviamente alle persone che amiamo e al tempo. Non ti nego che dopo aver lavorato a questa pellicola, appena posso, ad esempio anche adesso col Festival, cerco di tornare a Milano dalla mia famiglia. Lo facevo anche prima ma ora cerco di farlo di più. Siamo così presi dalle nostre cose che ci dimentichiamo di condividere la nostra vita e il nostro tempo con le persone che amiamo veramente, che ci
hanno cresciute. Spesso siamo affossati e ossessionati dal lavoro. Ci lasciamo trascinare dal flusso delle cose però, poi, perdiamo il tempo per viverla, la vita. Viviamo per

lavorare e non lavoriamo per vivere. Vedere questi anziani comunque soli ,ognuno con una storia non raccontata che però traspare dai corpi, come nel caso del colonnello
che porta sul corpo i segni di un rapporto violento con il figlio… Queste storie ti fanno riflettere e ti fanno dire: cavolo, se adesso che sono ancora giovane vedo mio padre
e mia madre una volta all’anno, in vent’anni sono venti volte ed è davvero troppo poco; non voglio svegliarmi un giorno e rimpiangere il tempo che non ho condiviso con
loro. Secondo me, questo film deve essere visto perché può portare, ogni singolo spettatore, a fare delle riflessioni diverse, al di là del mi piace o non mi piace.

Come hai costruito il tuo personaggio e come hai costruito invece con Massimo il rapporto che c’è tra il personaggio di Carlo e quello di Dino, soprattutto, come dicevamo prima, con la consapevolezza di dover girare un percorso di crescita non in ordine cronologico? 

Con Massimo ci siamo visti prima per una lettura che è durata un’oretta. All’inizio ero un po’ teso, comunque mi trovavo con un pilastro del teatro. Non sapevo che carattere avesse, come fosse in realtà. Nonostante ciò, è andata bene. Mi sono rilassato, affidato a Marco e mi sono fidato. Questa secondo me è una cosa fondamentale che gli attori devono fare: fidarsi del regista. Sentivo che Marco si fidava di me. Mi ricordo come se fosse successo solo ieri
il primo giorno che ho visto Massimo vestito da Dino; è una persona magnetica e ha iniziato subito a raccontarmi molto su di sè; mi ha scritto un messaggio poco fa, non che mi prenda cura di lui però è nato un rapporto speciale e mi ripete spesso di non trattarlo come un vecchio, che, se ci pensi, è una frase che direbbe Dino. In questo film, Marco ha comunque messo qualcosa di personale, come il rapporto con suo padre quindi è un film per lui molto importante e questa è stata una grossa reponsabilità per me, ci siamo fatti guidare attraverso una partitura che il direttore d’orchestra aveva già vissuto.

Che cosa avrebbe fatto Alessandro alla richiesta di Dino? 

Probabilmente avrei indagato sui perché e cercato di capire le motivazioni, in qualche modo avrei cercato di fargli rivalutare la vita come una possibilità, con comprensione. L’amore per qualcuno ti porta a tenere quel qualcuno aggrappato a te a ogni costo; ma quello è egoismo. Anche nelle relazioni d’amore bisogna avere coraggio per lasciare andare. Tornando alla domanda, d’istinto ti direi che avrei provato a tenerlo aggrappato alla vita. Ed è quello che Carlo prova a fare. Però, è difficile. Di base credo che ognuno debba avere il diritto di poter decidere della propria vita; ma bisogna essere certi che una scelta così estrema sia davvero una volontà e non una richiesta di aiuto.

C’è questa scena bellissima in cui cantate “Riderà” all’interno del salone…

Secondo me, è una delle scene più belle del film perché c’è un contrasto fortissimo tra felicità e tristezza. E’ una scena molto potente in cui mi sono emozionato molto. Luigi Diberti fa un lavoro meraviglioso.

C’è una canzone, come nel caso del personaggio interpretato da Diberti, che per te ha un significato così profondo?

Ma, in generale Lucio Battisti, uno dei miei cantautori preferiti. Battisti mi riconduce molto alla mia infanzia, soprattutto Emozioni. Mi fa venire in mente mio papà, mia mamma, i filmini che mi facevano vedere. Non so se l’hanno usata per qualche filmato. Io ho un jukebox a casa, vecchio, degli anni 70/80 su cui anche oggi ogni tanto facciamo partire qualche canzone.

Se ti avessi chiesto qual è la scena a cui ti senti particolarmente legato?

Secondo me, la scena più bella e più poetica è quella che dicevamo, quella della canzone nel salone. Una scena che invece mi ha emozionato vedere ancora di più, direi tra l’altro stranamente perché non riguarda il mio personaggio, è quella tra il personaggio di Eros Pagni e suo figlio. Eros è un attore immenso, sono rimasto impressionato dal suo modo di gestire il silenzio.

C’è un personaggio che ti piacerebbe portare in scena a teatro?

Non ho mai fatto Shakespeare, un giorno mi piacerebbe. Amo come lavorano gli attori inglesi a teatro, per esempio c’è il Frankenstein del National Theater con Benedict
Cumberbatch e Jonny Lee Miller che ogni sera si scambiano i ruoli di Victor Frankenstein e della creatura. La versione in cui Cumberbatch interpreta Frankenstein è una
vera e propria lezione di recitazione.

Hai raggiunto il punto di rugiada?

No, non penso. Sicuramente il teatro è stato un punto cruciale nella mia vita perché mi ha fatto sterzare verso una nuova direzione. Credo che esistano diversi punti di rugiada nella nostra vita.

Il punto di rugiada, nelle sale dal 18 gennaio

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