Monte-Carlo, sole caldo e mare scintillante. Nel cuore del 64° Festival della Televisione, tra i saloni affollati di giornalisti e l’eleganza un po’ sospesa di chi aspetta la prossima proiezione, lei arriva con passo leggero e un sorriso che sembra quasi contenere un segreto. È la protagonista di Sherlock and Daughter, e mentre si siede per raccontare la sua esperienza, la sensazione è quella di trovarsi davanti a qualcuno che vive due vite: quella di un’attrice giovane, spontanea e un po’ ironica, e quella della determinata Amelia che ha portato in scena accanto a Sherlock Holmes.
La sua storia con la serie comincia in modo insolito, quasi rocambolesco. Firma il contratto, ma il progetto viene congelato. Passano i mesi, quasi un anno di incertezza. Poi, all’improvviso, una telefonata: si gira davvero, tra tre mesi e Sherlock sarà David Thewlis. La scelta diventa immediata. «In quel momento ho capito che era destino», dice ridendo Blu Hunt. «Stavo per dire sì a un altro lavoro, ma appena ho sentito il nome di David ho detto: no, faccio Sherlock.»
Non è stato solo l’entusiasmo per un compagno di scena che ammira profondamente a convincerla. È stata Amelia. Una giovane donna capace di mescolare dolcezza e coraggio, determinazione e ironia, dentro un mondo che tutti credono di conoscere ma che lei contribuisce a reinventare. «Sherlock è già un mito, un universo letterario. Amelia non stravolge nulla: apre nuove porte, rende tutto più giocoso.» È anche la possibilità di vivere l’Inghilterra vittoriana, tra costumi, cavalli e scenografie imponenti. «Non avrei mai immaginato di indossare un corsetto in Irlanda e sentirmi catapultata indietro nel tempo. È stato un sogno teatrale che diventava realtà.»
Appassionata di storia, confessa di passare ore su YouTube a guardare video su com’era la vita nell’Ottocento. Ma Amelia non era lì da nessuna parte, non c’era modello a cui ispirarsi. «Ho dovuto inventarla da zero», racconta. E in fondo questo ha reso la sfida ancora più stimolante.
Il suo rapporto con Sherlock Holmes, invece, ha radici nell’infanzia: per lei il volto del detective era quello di Robert Downey Jr. sul grande schermo. Oggi però il discorso è diverso. «Il mio Sherlock preferito è David Thewlis. Senza di lui lo show non avrebbe la stessa forza.» Thewlis, dice, non è solo un collega, ma un attore capace di portare sulle spalle l’intera serie. Sherlock, per lei, non è un semplice investigatore, ma l’archetipo di tutti i protagonisti maschili complessi della televisione e del cinema: Don Draper, Tony Soprano… figure brillanti, tormentate, in conflitto con loro stessi. «Andare a ritroso, riportarlo nel suo contesto originale, è come tornare alla sorgente di quell’archetipo.»
Ma Sherlock and Daughter non è solo un giallo. È anche il racconto di un legame familiare, di quelle relazioni difficili che oscillano tra ammirazione, ribellione, rifiuto e riscoperta. «Chiunque abbia genitori può riconoscersi in quella dinamica. Ti sembra di non aver bisogno di loro, poi capisci che restano fondamentali.» Amelia stessa attraversa una trasformazione: parte ingenua, diventa più fredda, più lucida, persino un po’ arrogante. E alla fine scopre di avere molto più in comune con Sherlock di quanto avesse mai pensato.
Il fatto di essere americana e di avere radici indigene porta nel racconto un punto di vista diverso. Amelia rompe le regole di un’Inghilterra ingessata, osa porre domande scomode, scavalca convenzioni. «Gli inglesi, persino Sherlock, restano legati alle formalità sociali. Amelia no, ed è questo che le permette di scoprire cose che lui non potrebbe mai.»
Sul set, il rapporto con Thewlis diventa un dialogo tra due metodi opposti. Lui studioso e meticoloso, aveva imparato tutto il copione prima ancora di cominciare. Lei più istintiva, abituata a improvvisare. «Alla fine ci siamo contaminati a vicenda, abbiamo imparato uno dall’altra. Era come se le nostre differenze riflettessero quelle dei nostri personaggi.»
Fuori dallo schermo, intanto, la sua energia creativa si riversa su un progetto personale. Con il fidanzato, il regista Jason Lester, ha scritto e girato Replay, un film indipendente finanziato interamente con il cachet della serie. «Tutti dicono che non si deve mai autofinanziare un film, ma volevo avere il controllo totale. È una storia personale, legata anche alla mia vita dopo X-Men.» Girato in Macedonia, interpretato insieme all’amico Peter Vack, il film prende pieghe sempre più particolari fino a sfumare i confini tra finzione e realtà. Non solo attrice, si è ritrovata anche al montaggio: «Ho passato mesi chiusa in una stanza per quindici ore al giorno. E ora eccomi qui, a Monte-Carlo. Mi sembra irreale.»
In Amelia riconosce parti di sé. «È una versione diversa di me stessa. Non seguo le regole, se credo in una cosa la faccio. A volte questo viene scambiato per arroganza, soprattutto per una donna, ma è solo sicurezza. Amelia vive la stessa esperienza, anche se in un contesto diverso.» E quando le chiedono il ricordo più bello dal set, non cita i costumi o le location mozzafiato, ma un momento di pura concentrazione: «C’era una battuta lunghissima, senza pause, impossibile da dire tutta d’un fiato. Quando finalmente ci sono riuscita, in un solo ciak, mi sono sentita vittoriosa.» Sorride invece pensando ai cavalli: «Ero pessima, davvero pessima.»
Ora il pensiero è diviso tra la post-produzione di Replay e l’attesa di sapere se Sherlock and Daughter avrà una seconda stagione. «Voglio dedicarmi solo a progetti che contino davvero per me. E questa serie lo fa. La amo.»
A guardarla raccontare, con gli occhi che brillano e una risata pronta a spezzare la serietà di certe riflessioni, è chiaro che tra lei e Amelia c’è più di una semplice interpretazione. C’è lo stesso desiderio di rompere le regole, la stessa fame di storie nuove, lo stesso coraggio di buttarsi a capofitto nei misteri. E mentre Monte-Carlo la accoglie come una star in ascesa, sembra evidente che il prossimo enigma che affronterà, sullo schermo o fuori, non potrà che avere lei come protagonista.














