Quando il sipario si chiude, resta la colpa: l’Otello di Pasotti saluta il Teatro Carignano di Torino

Quando un teatro chiude il sipario, non è mai solo un gesto meccanico. È un gesto che pesa, che lascia un’eco nelle poltrone, nei corridoi, nel legno antico delle scene. E quando questo sipario si chiude al Teatro Carignano di Torino, teatro che sembra nascere dalla pietra stessa della città, con le sue storie e i suoi silenzi, l’addio si fa più intenso, quasi personale.

Ecco perché l’ultima replica torinese dell’Otello di Giorgio Pasotti, con il giovane Giacomo Giorgio a vestire il ruolo del Moro, non è stata soltanto uno spettacolo. È stata una chiusura che ha parlato di noi, di Torino, della nostra fragilità, e del modo in cui il dolore si trasforma in violenza.

Il Teatro Carignano non è un teatro qualsiasi. È un luogo che porta con sé l’eco dei passi di chi l’ha attraversato prima di noi, il respiro di generazioni che hanno assistito a storie di amore, potere, tragedia. Quando si entra, la sala sembra un abbraccio antico: il rosso delle poltrone, la luce calda, la sensazione che ogni gesto sul palco venga accolto come un segreto confidato a una vecchia amica.

Eppure, proprio in questo luogo così carico di memoria, l’Otello di Pasotti ha fatto esplodere una verità scomoda: la tragedia non è solo nella storia di Shakespeare, ma nella nostra capacità di ripeterla.

Giacomo Giorgio, nella sua interpretazione, non cerca pietà. Non offre al pubblico una figura “simpatica”, né una tragedia romantica da ammirare. Il suo Otello è un uomo che brucia dentro, che ama con ferocia e distrugge con la stessa intensità. E questa scelta è una delle più coraggiose dello spettacolo: perché non c’è consolazione nella sua resa, non c’è una morbidezza che ammorbidisca la colpa. Il pubblico non può “giustificare” Otello: può solo guardare, e sentire l’imbarazzo di riconoscere in lui parti di noi stessi.

L’Otello di Pasotti non è un’opera sul sentimento puro. È un’opera sul modo in cui l’amore può diventare prigione, su come la gelosia possa essere costruita, alimentata, manipolata. Il cuore non è qui un luogo di salvezza: è un campo di battaglia. E il teatro, in questo, diventa specchio crudele. Perché lo spettacolo non parla soltanto di un uomo che uccide la donna che ama. Parla di come la società, la cultura, i pregiudizi e la violenza silenziosa dei giudizi possano trasformare una relazione in una condanna. E qui sta la forza più inquietante dell’allestimento: la sua severità. Pasotti non si limita a raccontare una tragedia classica, ma ci mette davanti alla nostra complicità. L’Otello che vediamo sul palco non è solo vittima del proprio destino: è vittima di un mondo che lo costruisce come “altro”, che lo rende oggetto di sospetto, che gli impedisce di essere libero. E, allo stesso tempo, è un uomo che sceglie la violenza, che la rende sua, e la trasforma in gesto finale. Lo spettacolo non cerca scuse: e questa mancanza di attenuanti è quasi dolorosa, perché ci costringe a guardare la tragedia per quella che è davvero: un atto di distruzione che nasce dall’interno, ma che si nutre di tutto ciò che sta intorno.

Quando il sipario si chiude, la sala del Teatro Carignano non resta silenziosa, resta piena: piena di pensieri, di domande, di un senso di inquietudine che non si dissolve. È un addio che non è soltanto un saluto al cast; ma a un’illusione: quella che la tragedia sia sempre “altrove”. In realtà, l’Otello di Pasotti ci ricorda che la tragedia vive nel nostro presente, nelle nostre relazioni, nelle parole che diciamo e in quelle che non diciamo.

E forse, proprio per questo, la chiusura al Teatro Carignano è stata così intensa: perché un teatro così antico e così bello non può accettare che la bellezza sia solo un involucro. Qui, la bellezza deve essere vera, o non è nulla.

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