Nel cuore caldo di un teatro gremito, sotto luci che accarezzano volti e anime, Giacomo Giorgio ha portato in scena non un Otello qualunque, ma un Otello che brucia. Un Otello ragazzo, fragile, diverso, moderno. Un Otello che trema, ama, sbaglia, esplode. Un Otello che, forse per la prima volta, si avvicina davvero a noi.
Quando Giorgio Pasotti gli ha proposto la parte, Giacomo non ha solo accettato un ruolo: ha intrapreso un viaggio nella follia, nella diversità, nella rabbia e nella colpa. Ma lo ha fatto con quella grazia inconsapevole che solo chi crede ancora nei sogni – e nella responsabilità di raccontarli – riesce a portare sul palco.
“Non sono l’Otello dei grandi maestri. Sono il mio Otello”, racconta con voce semplice e decisa. E in effetti, il suo Otello è un terremoto giovane, acerbo e feroce, che non uccide per gelosia, né per amore, ma perché è perso. Un Otello che sente voci e si percuote la testa e il petto, che scivola piano nel delirio. Un Otello che non sa stare al mondo e che non parla di amore tossico.
Ecco la forza poetica di questa messinscena: non c’è un colpevole solo, ma un mondo intero che ha smesso di ascoltare.
“Non si uccide per amore, si uccide perché non sei stato instradato alla vita come avresti dovuto; sei una persona che non è in grado di gestire emotivamente il confronto con l’altro sesso e dunque accedi alla follia. E questa mi sembrava la chiave più vera. C’era una frase nel testo che ho chiesto di togliere e, per fortuna, Pasotti ha sposato la mia idea. Nella battuta finale, prima del “io sono la più abominevole creatura dell’universo”, c’era: “voglio che ricordiate che io non ho ucciso per gelosia o per un frivolo impulso, ma per amore.” Questa battuta è stata tagliata; perché uccidere per amore non esiste. Si uccide per vanità, per orgoglio, per egoismo; ma non per amore. Iago innesca la miccia di qualcosa che, in un modo o nell’altro, prima o poi sarebbe comunque successo. Nella nostra messa in scena, Iago e Otello sono due facce della stessa medaglia. Tant’è che poi entrambi uccidono una donna e c’è quella scena bellissima secondo me, quando ci sono le due donne per terra prive di vita e loro due che si guardano e si fronteggiano. In quel momento percepisci che sono la stessa persona, lo specchio l’uno dell’altro.”
Sì, perché questo Otello – snello, diretto, condensato in un atto unico – non è solo teatro, ma uno specchio. Uno specchio che non fa sconti. E quando il Doge (pop, irriverente, in monopattino) si rivolge al pubblico e dice: “Adesso andate a casa e guardatevi allo specchio”, è impossibile non sentire un brivido lungo la schiena. Perché tutti siamo colpevoli. Tutti, almeno una volta, siamo stati Otello. O Iago. O silenzio complice.
E Giacomo, ogni sera, si consegna al palco con il coraggio di chi non recita. Soffre davvero. Piange davvero. Si getta nel baratro ogni volta come fosse la prima. “Buona la prima, sempre”, dice. Perché non si può fingere la sofferenza. Si può solo viverla. E così, tra scenografie essenziali, costumi ridotti all’osso, e uno spazio vuoto che diventa pieno di verità, la tragedia si fa carne. Presente. Urgente.
C’è una frase, tra le più potenti, che Giacomo sussurra in scena: “Le cose che non sappiamo, ma crediamo di sapere, ci rovinano la vita.” Una battuta che taglia più di mille lame. Perché parla di noi, delle nostre paure, delle nostre proiezioni.
Eppure, nonostante la sua giovane età, Giacomo Giorgio ha capito che il teatro oggi non deve solo intrattenere. Deve scuotere, connettere, unire. “Il teatro non morirà mai”, afferma con decisa consapevolezza. “Perché lì lo spettatore respira con l’attore. E solo lì può imparare chi è, e chi potrebbe essere. La mia grandissima felicità è che questi due giorni il teatro era pieno e, soprattutto, era pieno di tantissimi ragazzi. E credo che oggi non si possano tenere delle persone più di 2, 3 ore dentro a un teatro e soprattutto non si possa sviluppare una tragedia in 5 atti. Credo che il teatro abbia il dovere proprio morale di unire tutti i mondi, tutto il pubblico. Se fatto in questo senso, può essere la chiave giusta per avvicinare di più i giovani anche a quello che è il teatro, a far capire loro che forse anche il teatro potrebbe piacere. Per questo io adoro Otello, perché Otello secondo me è proprio il paradigma di quello che è il teatro, cioè un guardarsi allo specchio. Può essere giustificato? Assolutamente no. Deve pagare e poi essere riabilitato? Assolutamente sì. Ma prima che essere colpa sua, questo ragazzo avrà avuto una famiglia, dei genitori, in un contesto di vita che probabilmente non è stato un giusto insegnamento. Altrimenti non sarebbe arrivato a questo gesto.”
Per chi lo conosce solo dalla TV, da Mare Fuori o dai suoi ruoli patinati, questo Otello sarà uno shock. Ma sarà anche un regalo. Perché Giacomo Giorgio è molto più di un bel volto: è un artista che ha scelto di farsi specchio, di sporcarsi le mani, di farsi carico della responsabilità di raccontare la violenza, la fragilità, la follia – senza mai renderle banali.
Al pubblico, questo Otello chiede di guardare oltre il fascino. Di vedere il dolore. Di riconoscere la verità, anche quando fa male.
E allora sì, applauditelo. Ma poi andate a casa. Guardatevi allo specchio. E chiedetevi: “Chi sto diventando?”















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