Sei candidati, una stanza chiusa e un posto di lavoro che vale molto più di quanto sembri. Giorgio Pasotti torna dietro la macchina da presa con un thriller psicologico che trasforma il più ordinario degli incubi contemporanei, un colloquio di lavoro, in una partita senza regole.
Chi non ha mai affrontato un colloquio di lavoro con la sensazione di essere osservato, giudicato, catalogato? Quel sorriso un po’ troppo studiato, la risposta preparata mentalmente cento volte, la stretta di mano, la domanda apparentemente innocua che improvvisamente sembra nascondere un secondo fine.
In Sotto a chi tocca, però, quel secondo fine c’è davvero.
Il nuovo film diretto da Giorgio Pasotti, che torna alla regia dopo Io, Arlecchino (2015) e Abbi Fede (2020), prende una situazione familiare e la porta rapidamente in territorio decisamente più inquietante.
Sei professionisti vengono convocati per contendersi un ruolo di prestigio all’interno di una potente multinazionale. Il posto è uno solo. Le regole, invece, sembrano cambiare continuamente; ma, soprattutto, qualcuno sta mentendo.
Fernando, Daniela, Enrico, Carlo, Giulio e Franca arrivano convinti di partecipare a una normale selezione. Ma il colloquio, in realtà, è già cominciato prima ancora che qualcuno abbia posto la prima domanda. La porta si chiude e quello che sembrava essere un incontro professionale si trasforma progressivamente in un esperimento psicologico. Le prove diventano sempre più bizzarre, le dinamiche sempre più imprevedibili e la competizione sempre più feroce. Poi arriva la svolta: tra i sei candidati si nasconde una talpa dell’azienda.
A quel punto non si tratta più soltanto di dimostrare di essere il migliore. Bisogna capire di chi fidarsi. E soprattutto capire chi, invece, sta giocando contro tutti. Il risultato è una sorta di partita a scacchi in cui ogni parola può diventare una trappola, ogni esitazione un indizio e ogni alleanza una possibile condanna.
Se la stanza è il vero campo di battaglia di Sotto a chi tocca, il cast è l’arma con cui Giorgio Pasotti costruisce la tensione. Rocco Papaleo, Giovanna Mezzogiorno, Stefano Fresi, Giacomo Giorgio, Linda Messerklinger e lo stesso Pasotti si ritrovano a condividere uno spazio chiuso nel quale ogni personaggio può essere, contemporaneamente, vittima, carnefice, alleato o sospettato.
Rocco Papaleo porta nel gioco quella capacità di oscillare tra ironia e inquietudine che lo rende particolarmente efficace quando una situazione apparentemente normale comincia a deragliare. Il suo personaggio sembra poter alleggerire la tensione, ma in un ambiente nel quale nessuno è davvero quello che appare, anche una battuta può diventare un’arma.
Giovanna Mezzogiorno è invece un’interprete perfetta per un universo narrativo fatto di psicologia e zone d’ombra. La sua presenza porta nella stanza una tensione più trattenuta, fatta di sguardi, silenzi e reazioni che acquistano peso proprio perché vengono costantemente osservate dagli altri.
Con Stefano Fresi, il film può contare su un attore capace di abitare con naturalezza la frontiera tra commedia e dramma. Una qualità preziosa in una storia che sembra divertirsi a spostare continuamente il confine tra il grottesco e il disturbante.
Giacomo Giorgio, volto di una generazione di interpreti diventati rapidamente riconoscibili dal grande pubblico che recentemente ha lavorato a teatro con Pasotti nell’Otello, aggiunge al gruppo un’energia più giovane e imprevedibile, ideale per una dinamica nella quale età, esperienza e ambizione possono diventare altrettanti strumenti di confronto.
Linda Messerklinger completa un ensemble nel quale nessun personaggio sembra poter essere considerato davvero secondario. In una storia costruita sul sospetto, infatti, ogni presenza conta: basta una reazione fuori posto per cambiare la percezione che gli altri hanno di te.
E poi c’è Giorgio Pasotti, che questa volta non si limita a dirigere il gioco, ma ci entra dentro. Dopo Io, Arlecchino e Abbi Fede, il regista torna dietro la macchina da presa scegliendo una storia che gli permette di lavorare su uno spazio ristretto e, soprattutto, sulla relazione tra gli interpreti.
Sei attori chiusi nella stessa stanza significano inevitabilmente sei equilibri da mettere in discussione. Il vero spettacolo, allora, potrebbe essere proprio questo: vedere quanto tempo serve perché la maschera professionale cada e lasci emergere la persona che c’è sotto.
Sei personalità, sei modi diversi di stare sotto pressione e, soprattutto, sei possibili versioni della verità.
È proprio qui che Sotto a chi tocca sembra trovare il suo terreno più fertile: nel confronto tra persone apparentemente razionali che, private progressivamente delle proprie certezze, iniziano a mostrare il lato più fragile, competitivo e imprevedibile.
Perché cosa succede quando la professionalità lascia spazio all’istinto di sopravvivenza?
E quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi quando in palio c’è la possibilità di cambiare vita?
La stanza diventa un piccolo laboratorio umano; fuori restano il mondo, le convenzioni, il curriculum, i titoli e le rassicuranti regole della società; dentro soltanto sei persone sottoposte a una pressione crescente.
Ed è proprio quando la pressione aumenta che le maschere iniziano a cadere.
Il curriculum dice chi siamo professionalmente. La paura racconta chi siamo davvero.
Le prove assurde, le umiliazioni, i sospetti e i tradimenti fanno così emergere ambizioni personali e fragilità che, in condizioni normali, probabilmente resterebbero nascoste. La competizione per il posto di lavoro diventa quindi qualcosa di molto più oscuro: una lotta per mantenere il controllo, per non essere il prossimo a cedere, per capire le intenzioni degli altri prima che siano loro a capire le nostre.
E la domanda che aleggia sulla stanza diventa inevitabile: chi sta davvero selezionando chi?
Il titolo stesso, Sotto a chi tocca, suggerisce un meccanismo quasi ludico; ma qui il gioco ha conseguenze concrete e la regola è semplice e spietata: chi lascia la stanza è fuori. Chi resta, forse, vince.
Quel “forse” è probabilmente la parola più importante.
Perché in una storia costruita sul sospetto, anche la vittoria può nascondere una sorpresa. E quando il confine tra selezione e manipolazione diventa sempre più sottile, la vera sfida non è più soltanto ottenere il lavoro, ma capire quale sia davvero la prova da superare.
Con Sotto a chi tocca, Giorgio Pasotti costruisce dunque una storia claustrofobica che parte da una situazione quotidiana per trasformarla in un gioco psicologico imprevedibile, affidandosi a un cast di interpreti chiamato a confrontarsi non soltanto tra personaggi, ma con le proprie paure, ambizioni e contraddizioni.
Una stanza. Sei candidati. Un’azienda misteriosa.
C’è qualcosa di profondamente cinematografico nell’idea di una porta che si chiude e di sei persone che capiscono, troppo tardi, di non essere lì semplicemente per sostenere un colloquio perché, da quel momento, la stanza diventa un ring, un confessionale, un labirinto senza uscita. Il tavolo del colloquio si trasforma in una linea di confine, le domande diventano trappole e gli sguardi valgono più delle risposte.
Fuori, il mondo continua a funzionare normalmente.Dentro, invece, le regole della normalità hanno smesso di esistere.
Chi siamo quando nessuno ci permette più di fingere?
La porta si chiude.
Le luci restano accese.
Sei persone si guardano.
E da quel momento, il prossimo a cedere potrebbe essere chiunque.
Prodotto da WONDER FILM, WONDER PROJECT, CINEFONIE e RAI CINEMA, Sotto a chi tocca arriva al cinema l’8 ottobre.














