GIOVANNINO GUARESCHI, L’UOMO CHE NON SI LASCIÒ ADDOMESTICARE

Non muoio neanche se mi ammazzano” è una frase che sembra una battuta. In realtà è una dichiarazione di resistenza. Dentro ci sono l’ironia, la testardaggine, la libertà e anche quella particolare forma di tenerezza che appartiene agli uomini capaci di non prendersi troppo sul serio, pur prendendo tremendamente sul serio ciò in cui credono perché ci sono uomini che attraversano il proprio tempo e altri che finiscono per lasciare nel tempo una traccia così profonda da sembrare ancora lì, seduti al tavolo di un’osteria, con una matita in mano e una battuta pronta a mettere in crisi il mondo.

Giovannino Guareschi appartiene alla seconda categoria. Uno scrittore capace di far ridere, certo, ma soprattutto di osservare l’Italia quando l’Italia non aveva ancora imparato a guardarsi allo specchio.

È da questa figura irregolare, ostinata e profondamente umana che nasce Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano, la prima fiction dedicata alla sua vita, con Giuseppe Zeno protagonista e Andrea Porporati alla regia, in onda stasera su Rai1. Un film che, più che raccontare semplicemente la biografia di uno scrittore, prova a entrare nel territorio più difficile: quello dell’uomo che sta dietro ai personaggi, alle polemiche, alle battaglie e alle pagine che hanno fatto di Don Camillo e Peppone due icone capaci di superare il tempo e i confini italiani.

La storia comincia nel 1945, quando Guareschi torna nella sua Bassa dopo la prigionia nei lager tedeschi. Torna a casa e trova ciò che conta davvero: Ennia, la moglie amata, e i figli Alberto e Carlotta. È un ritorno alla vita, ma anche alla parola. Perché Guareschi, appena rientrato, sente il bisogno di fare quello che gli riesce meglio: guardare la realtà e restituirla attraverso il disegno, la scrittura, l’ironia. Da quella terra piatta e apparentemente quieta, attraversata dal Po e dalle sue nebbie, nascerà il suo “Mondo Piccolo”, un universo minuscolo solo in apparenza, dentro il quale l’Italia intera finirà per riconoscersi. Don Camillo e Peppone saranno il volto più famoso di quella invenzione, due avversari destinati a combattersi continuamente e, proprio per questo, condannati a non potersi mai separare davvero.

Ma il film sceglie di non fermarsi al Guareschi che conosciamo dalle copertine e dalle citazioni. Cerca l’uomo dietro lo scrittore, il marito dietro il polemista, il padre dietro il personaggio pubblico. Perché nella vita di Giovannino ci sono due fedeltà che sembrano attraversare tutto: la famiglia e la terra. Ennia, Alberto e Carlotta rappresentano il porto sicuro; la Bassa Padana è invece il paesaggio dell’anima, quello spazio aperto che diventa materia narrativa e memoria. È significativo che le riprese siano state realizzate proprio nei luoghi dell’Emilia-Romagna che hanno contribuito a costruire l’immaginario guareschiano: Brescello, Guastalla, Luzzara, Colorno, Novellara e molti altri paesi lungo il Po. Non una semplice ricostruzione scenografica, dunque, ma il tentativo di tornare fisicamente dentro quel paesaggio fatto di acqua, terra, nebbia, campanili e piccole comunità, dove il “mondo piccolo” poteva diventare lo specchio del mondo grande.

Guareschi, però, non fu mai un uomo disposto a stare comodamente dentro una definizione. Fu giornalista, scrittore, disegnatore, sceneggiatore e polemista, ma soprattutto fu un uomo che fece della libertà una forma di ostinazione quotidiana. Si rifiutò di combattere con i nazisti e nella Repubblica Sociale e per questo conobbe la deportazione; fu un avversario dichiarato del comunismo e della dittatura sovietica, ma non risparmiò critiche neppure al consumismo americano. La sua coerenza ebbe un prezzo e lo portò anche in carcere, dopo la condanna per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Alcide De Gasperi. Il film attraversa anche questi territori più duri: la guerra, la politica, il carcere, l’editoria, il successo, il cinema. Ma lo fa senza perdere di vista la persona.

Ed è forse proprio qui che il progetto trova la sua idea più curiosa. Porporati ha scelto di raccontare Guareschi attraverso Don Camillo e Peppone, affidando ai due personaggi una sorta di voce narrante “bipolare”. Destra e sinistra, fede e politica, nord e sud, contrapposizione e sintesi: due punti di vista apparentemente inconciliabili che osservano la vita del loro creatore e la commentano. È una soluzione che cerca di rispettare lo spirito guareschiano, quello che sapeva mettere gli avversari uno di fronte all’altro senza dimenticare che, alla fine, appartenevano allo stesso paese, alla stessa comunità, alla stessa umanità. Lo stesso regista racconta di aver scelto questa strada perché Don Camillo e Peppone erano, nelle parole di Guareschi, due parti della sua stessa anima.

Così il film costruisce un continuo movimento tra dentro e fuori, tra gli ambienti chiusi della vita pubblica — la redazione, la casa editrice, il teatro, le librerie, persino la prigione — e gli spazi sterminati della Bassa, dove la terra e il Po sembrano restituire a Guareschi quella libertà che il mondo degli uomini tenta continuamente di comprimere. È una scelta visiva che diventa anche una scelta narrativa: negli interni si consuma la Storia con la S maiuscola, mentre fuori prendono forma le storie private, quelle della famiglia, del paese, delle persone comuni. In altre parole, la grande Italia di Guareschi nasce dalla piccola Italia che conosceva intimamente.

E poi c’è Giuseppe Zeno, chiamato a dare corpo a un uomo che, sulla carta, sembra impossibile da contenere in un’interpretazione di cento minuti. L’attore racconta di aver esitato davanti alla complessità di Guareschi, uno degli autori italiani più letti nel mondo, prima di trovare proprio nei suoi personaggi la chiave per affrontarlo. Zeno, secondo Porporati, non si è limitato a prestare il volto al protagonista: si è lasciato attraversare dal personaggio, fino a diventare, nelle parole del regista, quasi un coautore del film. Accanto a lui Benedetta Cimatti veste i panni di Ennia, mentre Andrea Roncato interpreta il padre Primo Augusto Guareschi; nel cast figurano anche Maurizio Donadoni e Salvatore Striano.

Il risultato, almeno nelle intenzioni dichiarate dal regista, non vuole essere una semplice ricostruzione d’epoca. Anche costumi e scenografie cercano di stare su quella sottile linea guareschiana dove vero e immaginario finiscono per confondersi, dove “inventare il vero” diventa il modo più efficace per raccontare una realtà perduta. E così la Bassa degli anni del dopoguerra torna a vivere non come un museo, ma come un luogo ancora capace di parlare al presente.

Forse è questo il senso più profondo di un film dedicato oggi a Giovannino Guareschi: ricordare che dietro la satira c’era un uomo che aveva conosciuto la guerra e la prigionia, dietro il polemista c’era un padre, dietro lo scrittore c’era qualcuno profondamente legato alla propria terra. E che quel piccolo mondo costruito sulle rive del Po non era poi così piccolo. Dentro c’erano le nostre contraddizioni, le nostre divisioni, la nostra capacità di litigare furiosamente e, qualche volta, di sederci allo stesso tavolo. C’era un’Italia che Guareschi osservava con un sorriso che poteva diventare carezza oppure schiaffo, a seconda di chi aveva davanti. Un’Italia che non pretendeva di addomesticare, ma nemmeno di idealizzare.

Forse per questo il sottotitolo “Non muoio neanche se mi ammazzano” suona ancora oggi come qualcosa di più di una battuta. È quasi una dichiarazione di poetica. Perché certe persone scompaiono, ma non finiscono. Restano nei luoghi che hanno raccontato, nelle parole che hanno lasciato, nei personaggi che continuano a parlare per loro. E quando, lungo il Po, torna la nebbia e un campanile buca il silenzio della pianura, può capitare di immaginare ancora Don Camillo e Peppone discutere animatamente, mentre da qualche parte Giovannino sorride. Sapendo, forse, che il suo “Mondo Piccolo” non era mai stato soltanto suo. Era già diventato il nostro

Leave a comment