A faccia a faccia con Marco Bellocchio – 63rd BFI London Film Festival

Abbiamo incontrato Marco Bellocchio, a Londra, lo stesso giorno in cui a New York scroscianti applausi venivano regalati al termine della proiezione de Il Traditore annunciandone una distribuzione in 60 sale. Nel frattempo, anche nelle sale del London Film Festival 2019, la pellicola strappava consensi straordinari. Poco dopo, però, il mondo si trovò in ginocchio e non riuscimmo a farvi leggere le sue straordinarie parole. Abbiamo deciso di farlo ora, i giorni in cui Il Traditore, grazie al produttore Lorenzo Mieli, sembra destinato a vedere nuova luce trasformandosi in una serie televisiva.

Dopo gli applausi di New York, possiamo definire Il Traditore il “film dei due mondi”?

Beh, è una bella frase. Sì, certo. Noi siamo stati, prima di venire qui a Londra, a Parigi e ci siamo accorti della sua internazionalità. Negli Stati Uniti è stato molto ben accolto; non ho letto con particolare attenzione la rassegna stampa ma quando vedi che i distributori sono contenti, allora hai raggiunto l’obbiettivo. Ovviamente viene letto con sfumature diverse; ma il tema, la parola “mafia” che poi è “Cosa Nostra”, è abbastanza internazionale e comunque, per esempio negli Stati Uniti, a parte il fatto che Buscetta ha vissuto negli Stati Uniti e ha collaborato con l’FBI anche per il processo Pizza Connection, è un termine ben conosciuto. Hanno poi una tradizione americana tutta loro che è molto collegata con quella siciliana. Quando vogliono fare film da americani in Italia, secondo me non sono all’altezza…per esempio mi ricordo di aver visto un film su Buscetta e Falcone, americano, con attori americani…non stava in piedi. Anche lo stesso capolavoro di Coppola, quando si sposta in Sicilia, un po’ forse perché prende degli attori che noi sappiamo essere del tutto inverosimili come interpreti, diventa più fragile. Rimane comunque un capolavoro, però la parte italiana, per noi italiani, è qualcosa di più debole rispetto al tutto.

Cosa affascina tanto del personaggio di Tommaso Buscetta?

Mi ha affascinato la storia, non personalmente lui. Io appartengo a tutta un’altra cultura, un’altra società, un’altra classe. Buscetta è un uomo molto ignorante ma allo stesso tempo molto intelligente, anche gli intellettuali che lo avevano conosciuto ne erano rimasti molto colpiti. Non è che avesse un disprezzo verso la cultura, semplicemente non gli interessava. Negli anni di prigione, o anche negli anni in cui ha dovuto nascondersi, non è che ha abbia incominciato a leggere Leopardi o Manzoni; era interessato al calcio perché era un tifoso della Juventus. C’è quella famosa battuta di Gianni Agnelli che dice che la Juventus è l’unica realtà di cui Buscetta non dovrebbe pentirsi. Tornando a noi, a me il personaggio interessava per questo suo percorso abbastanza misterioso, puramente fatto di agitazione, perplessità, incertezze, ripensamenti. Lui non voleva collaborare, però non appartiene a un quadro di psicologia nevrotica come altri soggetti simili che conosciamo meglio. Prima di decidere di collaborare ha rischiato di morire, ha tentato un suicidio che non si capiva se fosse veritiero o meno; ma era comunque molto pericoloso ed è arrivato al limite della morte. Lo ha fatto per non tornare in Italia, per ritardare questo momento di confronto, a cui lo ha in qualche modo costretto il giudice Falcone. Buscetta decise di parlare per la propria famiglia, per la moglie che era molto più giovane, per i figli, penso anche per un senso di colpa per aver abbandonato i figli nati dal primo matrimonio che sono rimasti in Sicilia e sono stati uccisi. Era un uomo coraggioso, un uomo che non temeva la morte, assolutamente; però, c’era anche un aspetto che mi è stato confermato da molti che lo hanno conosciuto, fatto di voglia di vendetta. Si voleva vendicare di Riina che gli aveva sterminato la famiglia. Questo era un aspetto importante e quindi lui ha limitato la sua collaborazione. Lo dice e lo fa. Quando Calò lo accusa di essere un libertino, lui risponde che della famiglia non parla, parla solo di fatti criminali o della mafia e che le altre cose non si devono dire. In questo senso la sua collaborazione è risultata essere molto credibile ma, come ho già detto, limitata, confinata. Di se stesso non disse nulla, anzi negò di essere mai stato un trafficante di droga, disse di non aver mai ucciso nessuno, mentre mi dicono gli esperti che se devi entrare nella mafia, devi fare una prova di sangue.

Nel film c’è una forte componente teatrale, soprattutto durante il processo. Come mai era importante inserire questa dimensione all’interno della narrazione?

C’è, da parte della società mafiosa, dei mafiosi, ancora lo stupore di essere tutti assieme, in quella specie di anfiteatro, perché non avrebbero mai immaginato di arrivare a quello; perché non si era mai arrivati a quello. Quindi, soprattutto attraverso personaggi secondari, si inscenano tutta una serie di numeri che non hanno lo scopo di divertire il pubblico; ma di ritardare, di ostacolare, di arenare, …loro cercano tutti gli espedienti possibili per arrivare all’esasperazione. Noi abbiamo tagliato delle parti ma c’erano degli imputati che chiedevano la rilettura di tutti gli atti del processo, migliaia di pagine. Era una cosa impossibile; ma dato che il presidente si rifiutò, per loro fu la prova che c’era una volontà da parte del potere giudiziario e dello stato di arrivare alla sentenza. Poi, naturalmente, il teatro è stato accentuato e condensato, il processo è durato quattro anni, nel film dura 20 minuti e quindi risalta maggiormente perché era un teatro, un clima tragico-grottesco. Poi ogni regista inserisce la propria impronta, l’opera è un po’ una delle forme d’arte su cui mi sono formato quindi era reale ma esaltato in uno stile, in una forma, in un dramma a me vicino.

La fotografia, soprattutto nella prima parte, è molto scura, quasi a ricordare un uomo in fuga che vuole nascondersi. Che indicazioni sono state date per la fotografia?

Anche lì interviene un gusto personale. Il cinema assomiglia molto alla pittura. Io vengo dalla pittura. A me piace un’immagine realista ma anche impressionista dove i contrasti sono più forti e quindi il controluce è importante. Cerco sempre di non lavorare in luce diretta ma in contrasto; è stato difficile lavorarci nell’aula bunker in quanto c’era una forte luce diretta. Nel cinema la luce non dico sia tutto ma è molto importante.

Come si è svolta invece la costruzione del rapporto tra Buscetta e Falcone?

Non è che ci siano scene più facili o scene più difficili all’interno di un film, però sicuramente sul rapporto con Falcone c’era la specifica necessità e difficoltà di non fare il santino, l’eroe. Allora abbiamo lavorato già nella sceneggiatura su questo aspetto. In secondo luogo, abbiamo dato agli attori un registro di estrema discrezione, soprattutto per Falcone perché, appunto, la mia preoccupazione era che ne uscisse una figura un po’ retorica, buona, eroica ma retorica. Fausto Russo Alesi, che è un grande attore, ha dato un piglio molto minimo; era però un passaggio centrale del film di cui non è che io avessi paura ma capivo che sarebbe stato un limite, che sarebbe stato un passo falso fare di Falcone un personaggio retorico. Falcone era un eroe, però era un eroe che non si vedeva, era il contrario di Buscetta: Buscetta è uno che lo fa per sopravvivere ai Corleonesi, Falcone dice “io la faccio a rischio della mia vita perché credo in quello che faccio, perché credo che sia giusto. Io credo nelle istituzioni.” Per me, un uomo così, che mette la propria vita in prima linea è ammirevole; però, appunto, abbiamo cercato, poi non so se ci siamo riusciti, di evitare la retorica.

Questo film scatena emozioni ovviamente contrastanti. Cosa significa per lei essere all’interno della produzione di questo film e che cosa le ha lasciato dopo. Con quale atteggiamento si rapporta con la sua pellicola?

Ovviamente è un film che mi lascia qualcosa; è vero che quando finisci un film poi te ne separi però è un qualcosa che tu guardi attraverso le reazioni del pubblico, di chi lo vede, di chi lo ama, di chi non lo ama; quindi è una seconda vita. Le preoccupazioni però sono maggiori nella fase produttiva, nella scrittura. Io, ad esempio, sono sempre scontento, non per un compiacimento mio personale ma perché effettivamente la scrittura deve essere una bella preparazione però poi tu ti giochi tutto durante le riprese, il momento della verità è quello lì; è quello il momento che ti dà la voglia di continuare a fare questo lavoro, perché se tu non ti diverti durante le riprese puoi fare questo lavoro solo per mestiere nel senso più rude del termine. Durante le riprese però ti dimentichi il rapporto con il tutto. Il tutto poi lo ritrovi e ritrovi anche gli errori e le cose ben riuscite al tavolo di montaggio; è un processo abbastanza complesso però… ne faremo degli altri speriamo.

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