Sono un politico, non ho un “me stesso”: The Politician, seconda stagione.

E’ arrivata su Netflix la seconda stagione di The Politician che vede, come protagonista, la star di Broadway Ben Platt nei panni dell’arrivista Payton Hobart.

Nata dall’idea dell’autore di serie di successo come Glee e Hollywood, Ryan Murphy, la nuova stagione di The Politician inizia con Georgina Hobart (un’incantevole Gwyneth Paltrow) fresca di divorzio, attivista per l’ambiente e politicamente impegnata per l’indipendenza della California dagli Stati Uniti. In tempi di Brexit, una Calexit non sembra un’idea così stramba dopotutto.

I presupposti per una controversa stagione ci sono tutti; ma, nel caso della campagna per l’indipendeza di Georgina, non si tratta di un vero e proprio input, solo di qualcosa che verrà raramente menzionato negli episodi seguenti. Non aspettatevi perciò articoli o servizi televisivi straordinari per un’eventuale idea Calexit presa come spunto da qualche politico o fanatico californiano.

D’altronde, a differenza di prodotti quali The Good Fight o BrainDead firmati Robert e Michelle King (qui la nostra intervista), The Politician non ha mai preteso di ironizzare sulla politica americana moderna, se non in senso lato. Anche se, in anno di elezioni presidenziali, avrebbe potuto sforzarsi un po’ di più.

Sette episodi dalla durata variabile, indice della difficoltà degli sceneggiatori nel portare avanti il progetto: 50 minuti il primo, 28 dal quinto al settimo. The Politician ha perso, in questo nuovo ciclo, tutta la sua comicità, cadendo in un turbinio di banalità, trascinato a fondo da una sceneggiatura scontata e superficiale che raramente funziona. Nulla può l’ottimo cast che vede al fianco di Ben Platt e Gwyneth Paltrow anche Zoey Deutch (Felicity), Lucy Boynton (Astrid), Julia Schlaepfer (Alice), Laura Dreyfuss (McAfee), Theo Germaine (James), Rahne Jones (Skye), Ryan J.Haddad (Andrew), Judith Light (Dede), Teddy Sears (William) e Bette Midler (Hadassh), se non rendere guardabile un prodotto sulla carta scadente.

Una domanda, al termine di questa stagione, sorge però spontanea: che fine ha fatto l’impronta di Murphy? Anche se in questo caso, la maggior parte del lavoro è stata fatta dal suo team (Murphy ha scritto a sei mani solo il primo episodio), la seconda stagione di The Politician perde il fascino che, anche quando la trama sta rovinosamente rotolando verso il baratro, riesce a rimettere in piedi la serie di turno. Inoltre, c’è una cosa che ci si aspetta da un prodotto che nasce dal talento di Ryan Murphy: gli straordinari momenti musicali…e, nella seconda stagione di The Politician, essi sono ridotti a….uno. La prima stagione ci ha deliziato con interpretazioni magiche, divertenti e, in alcuni casi (vedi l’intrepetazione di River da parte di Ben Platt nel primo episodio o di Vienna) toccanti ed emozionanti. Non solo. Stiamo pur sempre parlando di politica americana, quindi quale escamotage migliore per auto-deriderla se non l’introduzione di uno dei miglior musical storico-politico di sempre? No, non si sta parlando del più recente Hamilton (dal 3 luglio su Disney+); qui si fa riferimento alla politica interna americana e al musical del 1990 firmato Stephen Sondheim (Sweeney Todd, Into the Woods e Company per intenderci): Assassins (episodio 6 della prima stagione). Nella seconda stagione, nonostante la presenza nel cast principale, non solo di una star di Broadway come Ben Platt (il suo concerto live del 2020 alla Radio City Music Hall di New York è disponibile su Netflix e, abbiate fiducia, ne vale la pena) che ha vinto, nel 2017, a soli 24 anni, il Tony Award (il premio più ambito a Broadway, la cui importanza equivale a un Oscar nel mondo cinematografico) come miglior attore in un musical per la sua interpretazione in Dear Evan Hansen; ma anche della 3 volte vincitrice di un Tony Award (2012, 2013 e 2019) Judith Light, dobbiamo aspettare l’ultimo episodio per ascoltare Ben Platt interpretare un pezzo della sua straordinaria Run Away e Corner of The Sky, dal musical del 1972, Pippin in un unico momento musicale che, da solo, vale l’intera stagione e che non può esimerci dal chiederci: perché diamine non è su un palcoscenico di Broadway da così tanto tempo?!?!

Negli ultimi mesi abbiamo però imparato che c’è qualcosa che Netflix ama più dei momenti musicali nella serie televisive che portano il suo marchio: gli spiriti dei personaggi che nelle stagioni precedenti sono passati a miglior vita e che tornano con il ruolo di grilli parlanti nei cicli successivi. Lo abbiamo visto in 13 (qui la nostra recensione dell’ultima stagione) e anche in The Politician ritroviamo (e la cosa ci fa enormemente piacere, anzi, avrebbe meritato decisamente più spazio) River (David Corenswet, Hollywood) come specchio della coscienza di Payton.

Le domande che Payton si porge in questo nuovo capitolo, sono le stesse della scorsa stagione. Nulla è cambiato, anche se le elezioni scolastiche sono diventate quelle del distretto 27 di Albany, New York. Domande che, ancora una volta, come alla fine del primo ciclo, rimangono senza risposta, facendoci intuire che alla serie non interessa rispondere ai numerosi quesiti che vengono sollevati dall’evolversi della sceneggiatura. Tutto avviene così velocemente, che anche ottimi spunti (vedi ad esempio stagione 2 episodio 5) quali la discussione politica generazionale tra una madre e una figlia, che si scontrano sui loro punti di vista cercando di far comprendere all’altra le proprie ragioni, vengono affrontate con una superficialità degna di una soap-opera pomeridiana; per poi spendere un’enorme quantità di tempo sull’analisi delle regole e dei trucchi per vincere una sfida a Carta-Forbice- Sasso.

Io sono una grande stella luminosa subito accanto al sole, in pieno giorno.” dice Payton. “Allora dovrai brillare più forte, non chiedere a me di splendere meno.” risponde Georgina. Chissà se, nella terza stagione, vedremo finalmente questa stella luminosa brillare più forte del sole.

The Politician stagione 2, ora su Netflix.

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