San Lorenzo al Mare ha salutato la stagione teatrale 2026 con uno spettacolo di intensa suggestione, capace di trasformare il palcoscenico de “Il teatro dell’Albero” in uno spazio di memoria e riflessione.
La luna e i falò, interpretato da Andrea Bosca, ha chiuso la rassegna con un lavoro che affonda le radici nella grande letteratura italiana e le restituisce in una forma scenica essenziale e profondamente evocativa. La scelta del testo di Cesare Pavese non appare casuale, ma anzi perfettamente in linea con il senso di un finale che guarda al passato per interrogare il presente, accompagnando il pubblico in un viaggio emotivo che supera i confini del racconto.
Il testo, adattato dallo stesso Bosca insieme a Paolo Briguglia, vede centro della narrazione si muove Anguilla, figura simbolica e inquieta, emigrato che ritorna nelle Langhe (le stesse terra che hanno visto crescere Bosca) nel tentativo di ritrovare se stesso attraverso i luoghi dell’infanzia e della giovinezza. Ma il ritorno si rivela presto un confronto con l’assenza e con il cambiamento, perché ciò che si cerca nella memoria non coincide mai con ciò che si ritrova nella realtà. In questa tensione si sviluppa uno spettacolo che, pur restando fedele allo spirito del romanzo, sceglie una strada teatrale fatta di sottrazione e di immagini interiori, dove la parola diventa il vero motore dell’azione.
La messinscena rinuncia a ogni forma di realismo descrittivo per affidarsi a un linguaggio simbolico, costruito attraverso luci, suoni e pochi elementi scenici (un cappello, un impermeabile e una valigia) capaci di evocare paesaggi e stati d’animo. È un teatro che lavora per suggestioni, che non mostra ma richiama, lasciando spazio all’immaginazione dello spettatore e creando un dialogo costante tra ciò che viene detto e ciò che resta sospeso. In questo equilibrio sottile si inserisce l’interpretazione di Andrea Bosca, che sceglie un registro misurato e quasi confidenziale, evitando ogni eccesso e puntando invece su una profondità emotiva che emerge con discrezione in un toccante monologo.
La sua prova si distingue per la capacità di restituire le contraddizioni del protagonista senza mai renderle esplicite in modo didascalico: il desiderio di appartenenza si intreccia con la consapevolezza della perdita, mentre il racconto procede come un flusso di ricordi che non trovano mai una vera pacificazione. Bosca accompagna il pubblico in questo percorso con una presenza scenica solida ma mai invadente, lasciando che sia il testo a risuonare e a costruire il senso complessivo dell’esperienza.
Ciò che rende ancora oggi potente La luna e i falò è la sua sorprendente attualità, perché il tema dello sradicamento e della ricerca di identità continua a parlare con forza a un pubblico contemporaneo. Il ritorno alle origini, che nel romanzo di Pavese assume una dimensione quasi mitica, diventa qui una riflessione universale sul tempo e sulla trasformazione, sulla distanza tra ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati. Anche nelle diverse tappe della tournée, lo spettacolo ha dimostrato di saper instaurare ogni volta un rapporto diretto con gli spettatori, come se ogni replica fosse un’occasione nuova per interrogarsi sul significato dell’appartenenza.
La chiusura della stagione teatrale “L’Albero in…Prosa” con questo titolo assume così un valore simbolico particolarmente significativo, quasi a voler suggellare un percorso artistico con un’opera che parla di cicli, di ritorni e di cambiamenti inevitabili. Il pubblico ha risposto con attenzione e partecipazione, confermando ancora una volta come il teatro, quando riesce a farsi veicolo di una riflessione autentica, resti uno spazio imprescindibile di condivisione. In questo senso, lo spettacolo non si limita a raccontare una storia, ma lascia una traccia più profonda, invitando chi guarda a riconoscersi in quelle domande che non trovano mai una risposta definitiva.














