Il teatro è il cuore della vita: Musica in casa Shakespeare con Andrea Bosca e il professor Luigi Giachino

Ci sono sere che non si limitano a esistere, ma accadono come accade un incontro destinato, come accade una parola che aspettavi senza saperlo, e quella del 13 giugno al Monastero della Stella, a Saluzzo, è stata una di quelle: una sera in cui il tempo ha rallentato il passo per lasciare spazio a qualcosa di più raro, un dialogo vivo tra voce e musica, tra memoria e presente, tra il teatro e quella parte segreta di noi che continua a cercare storie per riconoscersi; e così, quasi senza accorgersene, il pubblico si è ritrovato immerso tra le parole di William Shakespeare; ma non come spettatore, come abitante temporaneo di un mondo che, nonostante i secoli che scorrono, non smette mai di somigliarci.

Andrea Bosca non ha semplicemente recitato, ha aperto varchi, ha lasciato entrare sulla scena figure che conosciamo da sempre e che ogni volta tornano diverse, più vicine, più urgenti: Amleto con il suo interrogarsi senza pace, Ofelia fragile come un pensiero che si spezza, Romeo e Giulietta sospesi nell’eternità di un amore che non ha bisogno di tempo per essere vero, Antonio e Cleopatra con la loro vertigine di potere e desiderio; ma non erano frammenti isolati, erano traiettorie emotive che si intrecciavano, diventavano racconto, confessione, riflessione, come se ogni personaggio fosse uno specchio che ci veniva offerto con delicatezza, senza mai imporre una risposta, ma lasciando vibrare la domanda dentro chi ascoltava perché l’ “amore è un filo invisibile che unisce le pagine di Shakespeare“. Una scelta di testi ponderata, preparata con cura in settimane di studio e interrogativi, arricchita da letture moderne

E mentre le parole prendevano corpo, la musica non faceva da sfondo, non era accompagnamento, era presenza viva, interlocutrice, respiro parallelo: il pianoforte del professor Luigi Giachino attraversava mondi sonori diversi eppure sorprendentemente coerenti, portando con sé l’intensità romantica di Čajkovskij, le ombre più profonde e inquiete di Šostakovič, la malinconia elegante e cinematografica di Nino Rota, fino alle aperture emotive, quasi visive, di Ennio Morricone, in un percorso che univa teatro e cinema, parola e immagine interiore. In questo attraversamento si percepiva chiaramente come ogni nota fosse scelta per rispondere, per interrogare a sua volta le parole, per amplificarne le tensioni o talvolta per contraddirle, creando uno spazio sospeso in cui il pubblico era chiamato non solo ad ascoltare, ma a sentire.

C’era qualcosa di profondamente contemporaneo in questa fusione, nonostante la materia fosse antica: perché Shakespeare, quando incontra la musica, smette di appartenere a un’epoca e diventa esperienza, diventa materia viva che cambia forma a seconda di chi la attraversa; e allora Amleto non è più soltanto il principe di Danimarca ma il dubbio che ci abita, Romeo non è più soltanto un giovane innamorato ma il coraggio fragile di chi sceglie di amare, Ofelia non è più solo una figura tragica ma la delicatezza estrema di chi non riesce a restare nel mondo così com’è.

Sullo sfondo, proiettati sulle pareti e sul soffitto dell’ex monastero, il castello prigione che contiene il “marcio in Danimarca”, la “finestra d’oriente”, l’ ” incostante Luna che muta di faccia ogni mese, nel suo rotondo andare”, il “cimitero che sbadiglia”, “il succo delle uve d’Egitto che non bagnerà più le [] labbra” e le stelle di cui dubitare che siano fuoco.

La serata scorreva come un unico respiro, senza fratture, senza distanza tra palco e platea, e a tratti sembrava che tutto si tenesse in equilibrio su una linea sottilissima, quella che separa la rappresentazione dalla verità; perché quando la parola è detta con autenticità e la musica la accoglie senza dominarla, accade qualcosa che non si può programmare, qualcosa che somiglia molto alla grazia e che lascia nello spettatore una traccia difficile da definire ma impossibile da ignorare.

Quando tutto è finito, o forse semplicemente si è trasformato in memoria, è rimasto quel silenzio pieno che segue le esperienze vere, quel momento in cui non si applaude subito perché si ha bisogno di restare ancora un attimo dentro ciò che è accaduto; poi gli applausi sono arrivati, lunghi, caldi, necessari, ma già si intuiva che il vero effetto di quella sera sarebbe arrivato dopo, nei giorni successivi, nei pensieri improvvisi, nel desiderio inatteso di aprire un libro, di tornare a Shakespeare non per dovere, ma per nostalgia, come si torna a una voce che, una volta ascoltata davvero, non smette più di chiamarti.

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