Ci sono film che chiedono semplicemente di essere guardati e altri che, quasi subito, sembrano voler mettere lo spettatore davanti a qualcosa di più difficile: se stesso.
La proiezione veneziana de La Tenerezza del Serpente, terzo e conclusivo capitolo della Trilogia del Subconscio di Samantha Casella, appartiene alla seconda categoria.
La cornice è quella dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia. È qui, nella sala Tropicana, che l’8 settembre, alle 20.30, il pubblico ha potuto assistere a un’anteprima di quaranta minuti del film. Un appuntamento aperto al pubblico, nel cuore di Venezia, dove il cinema sembra quasi naturalmente incontrare la dimensione visionaria del nuovo lavoro della regista italiana.
Casella arriva a questo appuntamento dopo il percorso di Katabasis, il precedente lungometraggio, che ha raccolto oltre 600 riconoscimenti internazionali. Ma La Tenerezza del Serpente non ha il sapore di un semplice seguito: è piuttosto il punto di arrivo di un percorso iniziato con Santa Guerra e proseguito proprio con Katabasis. Una trilogia costruita attorno al subconscio, al trauma e a quella ferita interiore che, nei film della regista, diventa il detonatore della storia.
Al centro c’è Sofia, interpretata dalla stessa Casella, una donna sospesa tra due dimensioni. Da una parte c’è il mondo reale, con le sue debolezze, le sue imperfezioni e il peso del senso di colpa; dall’altra un universo primordiale che sembra averla scelta e avvolta nella propria oscurità. Il film attraversa epoche e spazi temporali, forse persino dimensioni differenti, secondo una logica che non è quella della cronologia ma quella del subconscio.
È qui che entra in gioco la cosmologia orfica e, soprattutto, il mito di Ananke, la dea della Necessità che regola l’Universo. Il simbolo dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda, diventa la chiave visiva e concettuale dell’intero racconto: un tempo circolare nel quale passato, presente e destino finiscono per confondersi. La ferita torna, il trauma ritorna, gli eventi sembrano ripetersi seguendo una geometria invisibile.
La visione restituisce così un cinema stratificato, costruito attraverso una sequenza non lineare e immagini archetipiche. Casella inserisce nel tessuto del film anche citazioni colte da Holbein e Dostoevskij, senza rinunciare a una tensione drammatica che tiene insieme la componente visionaria e quella più intimamente umana.
E proprio l’umanità è forse la parola che meglio accompagna l’esperienza di questo progetto. Perché, dietro il simbolismo, la mitologia e la costruzione mentale, la regista non sembra voler nascondere i propri personaggi. Al contrario, li espone alle loro fragilità. Casella stessa definisce i suoi film visionari, stratificati e talvolta ostici, ma rivendica per loro una forte e pulsante umanità.
A Venezia, questa intenzione appare particolarmente evidente: il mito non viene utilizzato soltanto come ornamento, ma come ponte verso qualcosa di universale. «Tutte le storie portino in grembo la stessa identica storia», osserva Casella. Cambiano luoghi, epoche e forme, ma le domande fondamentali dell’esistenza restano le stesse.
La particolarità del progetto sta anche nella scelta della regista di interpretare personalmente Sofia. È una duplice responsabilità: davanti e dietro la macchina da presa, con la fotografia affidata alla sua stessa sensibilità visiva. Una gestione che, racconta Casella, si è rivelata faticosa ma senza ostacoli insormontabili. I film, del resto, nascono da una necessità profonda e finiscono per assorbire ogni parte di lei.
Nel cast, accanto a Samantha Casella, figurano Bruno Ballotta, Francesca Rettondini e Laura Trotter.
La serata veneziana rappresenta dunque un passaggio simbolico importante per La Tenerezza del Serpente: il film arriva nel luogo che più di ogni altro, in Italia, identifica il cinema come esperienza collettiva e internazionale. Ma Casella ha scelto contemporaneamente di abbattere quella distanza. Dal 9 settembre, infatti, il film sarà distribuito online attraverso la scansione di un QR code dal magazine The Hollywood Reporter. Una scelta che la regista riassume così: celebrare il film «nel tempio del cinema» e, nello stesso momento, offrirlo direttamente a un pubblico internazionale, senza barriere.
È una conclusione coerente per una trilogia che ha fatto del viaggio interiore il proprio centro. Il serpente torna sulla propria coda, il tempo si chiude su se stesso e la storia sembra ricominciare proprio nel momento in cui termina.
Forse è questa la vera tenerezza evocata dal titolo: non quella di un mondo pacificato, ma la possibilità di guardare anche le proprie zone d’ombra senza smettere di riconoscervi qualcosa di profondamente umano.














