Venezia ’83: PRIMETIME, quando la televisione smette di guardare e comincia a divorare

Venezia ha un modo tutto suo di accogliere i film inquieti. Li lascia arrivare sull’acqua, elegantissimi, mentre il sole scivola sulle facciate del Lido e tutto intorno sembra suggerire che il cinema sia ancora una faccenda nobile, quasi innocente. Poi arriva Primetime; e l’innocenza finisce.

La Sala Grande della Mostra si riempie per il film di Lance Oppenheim, opera prima narrativa di un regista cresciuto nel documentario, e già il titolo sembra una provocazione: Primetime, la fascia più preziosa della televisione americana, il momento in cui un programma smette di essere semplicemente un programma e diventa rito collettivo.

Sul grande schermo, Robert Pattinson, non entra tanto nei panni di Chris Hansen; quanto nella sua aura. Il personaggio è il conduttore di To Catch a Predator, il controverso programma NBC che nei primi anni Duemila trasformò le operazioni sotto copertura contro presunti predatori sessuali in televisione-evento. Oppenheim prende quella materia reale e la trasforma in qualcosa di più sfuggente: una storia sul potere, sull’ambizione, sul voyeurismo e sulla fame apparentemente inesauribile dello spettacolo.

Pattinson, al centro dell’inquadratura, sembra conoscere perfettamente il paradosso: è impossibile non guardarlo. Ed è proprio questo il problema.

La cosa più sorprendente di Primetime è che non cerca una risposta semplice alla domanda più scomoda: chi è Chris Hansen? Per Oppenheim è contemporaneamente giornalista, intrattenitore e creatura costruita dalla televisione. Il regista ha raccontato di essere rimasto colpito da quella figura quasi mitologica, da quell’uomo capace di trasformare un’indagine in una messa in scena e una messa in scena in un appuntamento nazionale.

È lì che il film trova la sua corrente elettrica.

Hansen vuole fare la cosa giusta, o almeno vuole raccontarsi di volerla fare. Ma intorno a lui ci sono telecamere, produttori, ascolti, ambizioni personali, network televisivi e un pubblico che non si limita a osservare: pretende il prossimo episodio.

Oppenheim guarda questo universo con gli occhi del documentarista, ma non lo racconta come un documentario. La realtà viene ricostruita, deformata, illuminata come un set. Le case-trappola, gli oggetti quotidiani, il cibo, le telecamere nascoste diventano pezzi di una mitologia televisiva. Il regista ha spiegato di essere stato attratto proprio da questa collisione fra una costruzione artificiale e una situazione terribilmente reale.

È una collisione che Primetime non risolve mai del tutto. E forse è proprio per questo che resta addosso.

Robert Pattinson arriva a Venezia dopo un anno cinematografico quasi surreale tra Odissea, The Drama e Dune 3 e sceglie, ancora una volta, di spostarsi lontano dalla comodità.

In Primetime non c’è il divo. C’è una maschera umana, leggermente sbagliata, inquietante proprio perché riconoscibile.

Pattinson ha raccontato che all’inizio avrebbe dovuto limitarsi alla produzione. Mentre il progetto prendeva forma, però, il personaggio gli si è appiccicato addosso. La ricerca sulla trasmissione e su Hansen ha progressivamente reso il ruolo troppo difficile e, soprattutto, troppo seducente per lasciarlo ad altri.

La preparazione è stata maniacale. La voce, soprattutto. Quel tono controllato, quasi mellifluo, con cui Hansen rendeva televisivamente presentabile qualcosa che televisivo non avrebbe mai dovuto sembrare. Pattinson ha raccontato di aver passato moltissimo tempo ad ascoltarlo e a riprodurne inflessioni e gestualità, fino a portarsi dietro quella voce anche fuori dal set. In conferenza ha descritto la trasformazione come uno dei lavori più faticosi della sua carriera.

E si vede.

Pattinson interpreta un uomo che sembra costruirsi mentre lo osserviamo. Ogni sorriso può essere sincero o professionale. Ogni pausa può appartenere all’uomo o al personaggio televisivo. Ogni gesto sembra avere due destinatari: la persona davanti a lui e milioni di spettatori invisibili. È una performance che lavora sulla superficie per scavare sotto.

La parte più disturbante di Primetime non riguarda soltanto ciò che accade davanti alle telecamere. Riguarda noi. Perché, Oppenheim, non permette allo spettatore di mettersi comodamente dalla parte dei buoni. Non basta indignarsi per ciò che la televisione trasforma in spettacolo. Bisogna chiedersi perché quello spettacolo funzioni.

La televisione di Hansen anticipava un meccanismo oggi diventato quasi normale: prendere la realtà, renderla immediatamente leggibile, costruire un cattivo, offrire al pubblico un bersaglio e poi trasformare la reazione collettiva in intrattenimento.

Quasi vent’anni dopo, la distanza sembra ancora più corta.

Il film torna infatti a un’epoca precedente alla frammentazione totale dell’informazione, quando la prime time television era ancora un luogo capace di riunire un’intera nazione davanti allo stesso schermo. Oppenheim ha spiegato di essere interessato proprio a quel passaggio storico e alle diverse ambizioni giornalistiche, televisive, artistiche che si concentravano intorno al programma.

Guardando Primetime oggi, quella nostalgia per un’epoca televisiva perduta assume però un colore sinistro. Perché il mondo che il film racconta non è scomparso; ha semplicemente cambiato schermo.

A Venezia c’è anche un’altra trasformazione.

Phoebe Bridgers, una delle voci più riconoscibili della musica contemporanea, debutta come attrice nei panni di Del Harvey, una giovane coinvolta nella macchina televisiva del programma. Il suo ingresso nel film aggiunge un elemento quasi spettrale a un racconto già pieno di contraddizioni: la musicista che ha costruito una carriera intorno all’intimità diventa parte di una macchina che trasforma l’intimità altrui in spettacolo.

Accanto a lei ci sono Merritt Wever, Skyler Gisondo e Bokeem Woodbine, in un ensemble che contribuisce a rendere il mondo del film più simile a una compagnia teatrale intrappolata dentro un reality show.

Pattinson ha parlato con entusiasmo della naturalezza di Bridgers sul set e della sua capacità di improvvisare e, la cosa curiosa, è che Primetime sembra funzionare proprio quando lascia spazio a questa imprevedibilità, come se anche gli attori, dentro quella macchina, dovessero continuamente domandarsi quale parte stanno recitando.

Quando arrivano i titoli di coda, Venezia risponde. In sala Pattinson riceve una parte consistente dell’entusiasmo, ma il momento appartiene anche a Oppenheim, alla sua scommessa di passare dal documentario alla fiction e a un film che ha scelto di non essere rassicurante.

Non è difficile capire perché: Primetime ha qualcosa di raro: non chiede semplicemente se una cosa sia vera. Chiede cosa succede quando la verità viene preparata per essere guardata; e, soprattutto, quando scopriamo che abbiamo bisogno di guardarla.

Pattinson, dal canto suo, ha evitato di trasformare il film in un attacco personale a Hansen. Alla Mostra ha espresso il desiderio che il vero conduttore, contrario alla pellicola, possa vedere nel film almeno il riconoscimento dell’impatto culturale avuto dal programma, pur prendendo atto delle sue critiche al progetto. Hansen, infatti, non ha partecipato alla produzione e ha contestato pubblicamente il modo in cui la sua storia è stata trasformata per il cinema.

È una zona grigia, e Primetime preferisce restarci.

Fuori dalla sala, Venezia torna lentamente alla sua normalità. Le barche continuano a passare. I fotografi inseguono altri volti. Le luci del festival si riflettono sull’acqua e per qualche minuto sembra possibile dimenticare tutto; ma Primetime non è un film che si dimentica facilmente.

Resta la voce di Pattinson.

Resta quel sorriso studiato.

Resta la sensazione che ogni immagine abbia un pubblico invisibile dall’altra parte.

Resta, soprattutto, una domanda, più inquietante di qualunque scena del film: quando guardiamo uno spettacolo costruito sulla sofferenza degli altri, siamo davvero soltanto spettatori?

A Venezia, Primetime non offre una risposta; fa qualcosa di più elegante e più crudele: ci mette davanti allo schermo.

Poi accende la telecamera.

E ci guarda guardare.

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