Venezia ’83: Ink, l’inchiostro che diventa potere.

Al Lido, quando le luci della Sala Grande si abbassano, per qualche istante il rumore della Mostra sembra scomparire. Restano lo schermo, il buio e quella particolare attesa che a Venezia precede ogni proiezione importante. È in questo silenzio che prende forma Ink, il nuovo film di Danny Boyle scelto per aprire l’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. Sullo schermo non ci sono gondole, cartoline veneziane o il glamour che inevitabilmente accompagna un festival come questo. Ci sono invece carta, macchine da stampa, redazioni affollate e uomini convinti di poter cambiare il modo in cui un Paese legge il mondo. Ed è quasi un paradosso che sia proprio un film ambientato nella Fleet Street del 1969 ad aprire una Mostra nel 2026: perché più la storia procede, più quella Londra apparentemente lontana comincia a somigliare alla nostra epoca.

Ink, diretto da Boyle e scritto da James Graham, racconta l’acquisizione del Sun da parte di Rupert Murdoch e la trasformazione del quotidiano sotto la guida di Larry Lamb, ma non si limita a ricostruire un passaggio della storia della stampa britannica. Quello che Boyle porta sullo schermo è il momento esatto in cui l’informazione comprende di poter diventare spettacolo e lo spettacolo scopre di poter diventare una forma di potere.

La sensazione, seduti in sala, è quella di assistere alla costruzione di una macchina. All’inizio sembra quasi un gioco: trovare una formula diversa, parlare a un pubblico nuovo, rompere le regole di una stampa percepita come troppo distante dalla gente comune. Poi quella macchina comincia ad accelerare e diventa sempre più difficile fermarla. Boyle la filma con la sua consueta energia, trasformando la redazione in un organismo vivo, rumoroso, frenetico, attraversato da idee e conflitti. Non c’è quasi mai la sensazione di trovarsi davanti a una semplice ricostruzione d’epoca. Il passato viene spinto verso il presente, fino a quando diventa impossibile non riconoscere nei protagonisti e nei loro strumenti qualcosa che appartiene anche alla nostra quotidianità.

Guy Pearce entra nei panni di Rupert Murdoch senza cercare una caricatura del magnate. Il suo Murdoch è ancora un uomo in ascesa, un outsider che osserva un sistema apparentemente immobile e ne individua le crepe. È forse proprio questa la scelta più efficace dell’attore: non interpretare il personaggio sapendo già quale sarà il suo destino, ma restituirgli la fame, l’ambizione e persino la capacità di sedurre che potevano renderlo convincente agli occhi di chi gli stava intorno.

Durante la conferenza stampa veneziana, Pearce ha raccontato di aver ricevuto un riscontro indiretto particolarmente curioso dalla famiglia Murdoch: Elisabeth Murdoch gli avrebbe riferito che il padre era molto contento del fatto che fosse lui a interpretarlo, anche se Rupert Murdoch non aveva ancora visto il film. Una frase che, pronunciata durante la presentazione di un film dedicato proprio alla costruzione del potere attraverso i media, sembra quasi una piccola scena aggiuntiva di Ink.

Accanto a lui, Jack O’Connell interpreta Larry Lamb, l’uomo destinato a trasformare l’intuizione di Murdoch in una vera rivoluzione editoriale. Se Murdoch possiede la visione, Lamb comprende come renderla concreta. Il loro rapporto è il motore del film: due uomini diversi, accomunati dalla convinzione che il vecchio modo di fare giornalismo non sia più sufficiente. Lamb conosce il pubblico e capisce che un quotidiano deve essere immediato, provocatorio, accessibile; Murdoch intravede invece il potenziale economico e politico di quella formula. È nell’incontro fra queste due ambizioni che Ink trova la propria tensione. E mentre osserviamo nascere un nuovo modo di fare giornale, diventa naturale pensare a ciò che è successo dopo: alla televisione, ai canali all-news, ai siti internet, ai social network e oggi all’intelligenza artificiale.

Cambiano gli strumenti, ma la battaglia per conquistare l’attenzione rimane la stessa.

Claire Foy, nel ruolo di Jules Davies, introduce nel cuore della redazione una prospettiva diversa, quella di una giornalista che si muove in un ambiente dominato dagli uomini e che comprende perfettamente il potere contenuto nelle parole che finiscono sulla prima pagina. Il suo personaggio, costruito per il film prendendo spunto dalle esperienze di diverse giornaliste della Fleet Street dell’epoca, permette alla storia di uscire dalla semplice sfida fra Murdoch e Lamb e di interrogarsi anche su chi materialmente produce quelle notizie. Foy ha descritto quel mondo professionale come un ambiente capace di dare ai suoi protagonisti una sensazione quasi inebriante di potere: sapere che ciò che scrivono potrebbe diventare ciò che migliaia, o milioni, di persone leggeranno significa avere un’influenza concreta sulla realtà.

È una delle intuizioni più forti del film, perché sposta lentamente il centro della storia. Ink sembra parlare di Murdoch, ma finisce per parlare soprattutto di noi. Di chi sceglie una prima pagina invece di un’altra. Di chi compra un giornale. Di chi clicca. Di chi condivide. Di chi decide che una storia merita attenzione e un’altra no. Il film ci ricorda che il potere dei media non nasce soltanto da chi li possiede, ma anche dal pubblico che li alimenta. È per questo che, nonostante sia ambientato più di mezzo secolo fa, Ink appare così attuale nella Sala Grande del Lido.

La carta stampata che vediamo sullo schermo appartiene a un mondo quasi archeologico rispetto alla velocità con cui oggi circolano le informazioni, ma la domanda rimane identica: cosa vogliamo vedere? Cosa vogliamo leggere? E soprattutto, quanto siamo disposti a credere a ciò che ci viene messo davanti?

Danny Boyle non sembra voler offrire risposte semplici. Non trasforma Murdoch in un cattivo da manuale e non presenta la nascita del nuovo Sun come una rivoluzione completamente positiva o completamente negativa. La forza del film sta proprio nell’ambivalenza. Perché una rivoluzione può nascere da un’idea innovativa e contemporaneamente contenere già dentro di sé i semi delle proprie conseguenze.

Quando la proiezione arriva alla fine, il pubblico veneziano accoglie Ink con una standing ovation di circa cinque minuti. Ma la sensazione con cui si lascia la sala non è quella di aver assistito soltanto alla storia di un giornale. È piuttosto quella di aver visto nascere qualcosa che, cinquant’anni dopo, continua a determinare il nostro rapporto con la realtà.

Fuori dalla Sala Grande, Venezia torna a fare rumore: il festival, i fotografi, le conversazioni, le automobili, il via vai del Lido. Ma il film continua a lavorare in sottofondo. Perché il vero protagonista di Ink non è soltanto Rupert Murdoch, né Larry Lamb, né il giornale che insieme trasformarono. È l’idea che una storia, una volta stampata, possa cambiare la percezione di chi la legge. E forse è proprio questo il punto con cui Danny Boyle sceglie di inaugurare Venezia: ricordarci che prima degli schermi, prima degli algoritmi e prima dei social, bastava dell’inchiostro per cominciare una rivoluzione.

Il resto, come sempre, lo fa il pubblico.

Leave a comment