I padri non devono lasciare niente in sospeso: “L’uomo più crudele del mondo”

Seduti in platea, si assiste a un serrato scontro di dialettica tra Paul Vernes, il più grande industriale bellico, definito “l’uomo più crudele del mondo”, e il giornalista di una piccola testata locale. Un dialogo concitato che rapisce, cattura e mette lo spettatore in completa tensione, sfidandolo a non perdere la concentrazione nemmeno per una frazione di secondo, così da mettere a dura prova la sua capacità di captare le informazioni essenziali nascoste in quel crescendo, in quel fiume di parole che diventa prima torrente, poi una potente cascata, per sfociare, in ultimo, in un finale che sconvolge, ma che, se si sono raccolti i giusti dati, proprio a sorpresa non è.

Ovviamente, non possiamo correre il rischio di dare troppi indizi e, di conseguenza, di rovinarvi questa esperienza straordinaria; perciò, scusate se saremo un po’ restii nel fornire troppi dettagli.

Cosa spinge un uomo di potere, a voler farsi intervistare da un giornalista che lavora per una piccola testata locale? Quali dinamiche interne li portano a scontrarsi, per poi diventare complici e, infine, a ribaltare, improvvisamente, i ruoli di vittima e carnefice? In che modo bilanciamo, nel nostro quotidiano, i piatti della bilancia della nostra coscienza? Ma, soprattutto, se fossimo onesti fino in fondo, se ci lasciassimo alle spalle la maschera da la classica brava persona e accettassimo la nostra crudeltà, se l’uomo si autorizzasse ad essere se stesso, cosa saremmo capaci di fare? Trovare un riscontro a questi quesiti, è esattamente l’intento de L’uomo più crudele del mondo, sia come spettacolo nel suo insieme, che attraverso la figura di Vernes che, “attraverso una grandissima manipolazione, destruttura l’altro personaggio, facendolo arrivare all’essenza e, riuscendoci, solo quando è lui stesso a mettersi in gioco” così da portarci allo spartiacque dello spettacolo: “Io non voglio comprarla, voglio autorizzarla a parlare con me.”

Da spettatore, nella comodità delle vostre poltrone, immersi nel buio del teatro, riuscirete ad essere onesti con voi stessi fino in fondo?

Se, allo spegnersi delle luci, la domanda che viene spontaneo porsi è chi sia, in realtà, l’uomo più crudele del mondo; al loro riaccendersi, è rendersi conto che, alla fine, come cantava Arisa, “non vi sono né vincitori né vinti, solo sconfitti a metà”.Lei crede ancora che si possa andare avanti dopo questa notte? Lei crede che questa vita, domani mattina, sarà la stessa che viveva prima?

Poco più di 90 minuti in cui la penna di Davide Sacco, tramite la straordinaria interpretazione di due “animali” da palcoscenico come Lino Guanciale (per me ennesima conferma) e Francesco Montanari (una straordinaria ma non inattesa scoperta), indaga, a livello psicologico , il marcio del genere umano, il Moby Dick che vive nei fondali più freddi e oscuri dell’anima; quella bestia che pochi hanno il coraggio di riconoscere. Qual è la linea sottile tra bene e male?

Prima di domani mattina lei sarà morto; ma io farò di tutto perché prima sia lei ad uccidere me…Domani ci sarà un solo uomo tra me e lei. Un uomo diverso, forse migliore, forse peggiore, che si guarderà allo specchio e sarà sicuramente più cosciente di cosa sia il dolore.” Forse è tutto racchiuso in queste ultime righe che portano Moby Dick in superficie per poi esplodere in quel: “Io con mezzo milione di euro mi compro la dignità.” Un thriller psicologico dove, alla fine, chi ucciderà chi? Ma, soprattutto, perché?

La ricchezza e la profondità del testo entrano così in contrasto con una scenografia spoglia ed essenziale, nuda come la verità e che non concede alcun tipo di evasione o distrazione. Siamo in un capannone, nell’ufficio di Vernes. Ci viene chiesto di immaginare i rumori lontani della fabbrica. La luce soffusa delle lampade basse, le ombre in movimento sui vetri delle porte… chiuse (?!?), due ampie poltrone e una scrivania con sopra “gli unici tre libri necessari nella vita di un uomo”: la Bibbia, Dostoevskij e un libro per bambini. “Uno per contraddire, uno per capire e uno per ricordare”. Nella penombra, Guanciale e Montanari si mettono in gioco in una danza perfetta; “due astronauti che indagano la vita e la morte” in sintonia e in perfetta armonia; mettendosi a nudo grazie anche alla caratteristica di Davide Sacco di non essere un drammaturgo geloso delle parole scritte. Anche perché, come lui stesso ama sottolineare, “nessun attore è uguale a un altro, io odio profondamente quelli che, venendo dalla musica, pensano che si possa scrivere una partitura che possa essere suonata da tutti. Ogni strumento è unico, come lo è ogni attore.”

Così, ci troviamo ad “essere autorizzati per una notte, per una sola notte, una notte dove non esistono il bianco e il nero, il bene o il male, una notte senza giudizio, ad essere semplicemente noi stessi.”

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